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Terremoto Venezuela, la testimonianza di un soccorritore: “Troppi cadaveri, obitori all’aria aperta”
(LaPresse) “Una delle cose che mi ha colpito di più in quei momenti è stato l’odore di morte”. Santiago, nome di fantasia, è ancora scosso ed è per questo seguito da uno psicologo. Fa parte della Protección Civil del Venezuela ed era tra chi ha prestato i primi soccorsi subito dopo quel 24 giugno in cui un terremoto ha devastato l’aera nord del Paese latino-americano tra la capitale Caracas e lo stato di La Guaira. Sono oltre 4.500 i morti secondo il bilancio ufficiale. Santiago racconta a fatica l’eccezionale quantità di cadaveri da gestire, i ritardi nei soccorsi, la gestione dell’esercito delle operazioni che a volte diventa un ostacolo per i soccorritori stessi. Lo fa chiedendo di non essere riconosciuto né in volto né dalla voce per timore di ripercussioni da parte delle autorità.
Tutto comincia intorno alle 18 di quel 24 giugno quando Santiago sta commentando i mondiali di calcio con gli amici al bar quando una telefonata della Protección Civil di Tachira lo avvisa della scossa. Riempito al volo un bagaglio con abiti da lavoro e ricambi per una decina di giorni parte con la sua squadra. Tra aereo, check point dell’esercito e bus arriva sul posto 24 ore dopo la scossa.
“Prima di atterrare rimaniamo in volo per un’ora sulla zona senza sapere perché. Aspettiamo due ore per il bus dei soccorritori che ci porta alla zona colpita. Addirittura l’esercito messicano è arrivato prima di noi”.
Non solo ritardi nella logistica dei soccorsi ma anche nella gestione stessa: “La prima cosa che ho visto sul posto è stato un contingente militare. I militari avevano il controllo della scena. Ma i militari non maneggiano il protocollo INSARAG” cioè il protocollo Onu per la gestione dei soccorsi nei crolli di edifici. “E non solo. I militari avevano le mappe satellitari delle zone colpite e difficilmente le condividevano con noi soccorritori”.
Una volta sul posto Santiago deve far fronte alla scarsità di mezzi. “Dovevamo scavare a mani nude e con gli attrezzi che aveva la gente in zona”. Poi il primo cadavere che vede, quello di una donna incinta.
Poi altri cadaveri, e altri ancora, “L’obitorio era all’aria aperta. C’erano troppi corpi, sono stati allineati all’aperto per il riconoscimento. Centinaia di corpi tutti assieme. Il primo giorno non ho dormito. Mi arrivavano messaggi di amici miei che mi chiedevano notizie di loro parenti che vivevano in edifici crollati, edifici che avevo già ispezionato senza trovare nessuno”.
Poi la ricerca più difficile, quella nel seminterrato di un edificio di edilizia popolare. Uno scenario che Santiago definisce “dantesco”. “Dai buchi del soffitto spuntano le braccia delle persone schiacciate dal crollo al piano di sopra. Tantissimo sangue che cola e un odore particolare. Un odore di morte”.
In quei momenti, racconta, la frase che si ripete per darsi forza è sempre la stessa: “I miracoli non hanno data di scadenza” una frase che tiene in testa come un mantra per credere di poter trovare ancora persone vive. “Era una frase che mi ripetevo ogni giorno. I miracoli non hanno data di scadenza. Andiamo avanti, andiamo avanti, andiamo avanti”.