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Le mutilazioni genitali femminili colpiscono 200 milioni di donne

  • 01:55

Milano, 6 feb. (askanews) - La Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili ricorda una piaga, solo occasionalmente ripresa a livello internazionale, che colpisce almeno 200 milioni di donne e ragazze in una trentina di paesi. Un fenomeno culturale radicato soprattutto in alcuni paesi africani, ma che, come effetto collaterale dei flussi migratori degli ultimi decenni, è divenuto una drammatica realtà anche in Europa.

Secondo i dati dell'Unicef e del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, in tutto il mondo almeno 200 milioni di ragazze e donne hanno sofferto qualche forma di mutilazione genitale. Le ragazze fino ai 14 anni sono 44 milioni del totale delle vittime e la più alta incidenza in questa fascia di età si registra in Gambia, Mauritania e Indonesia, in cui circa la metà delle ragazze fino a 11 anni ha subito mutilazioni. Metà delle vittime vive in tre paesi, Egitto, Etiopia e Indonesia mentre la maggioranza delle bambine è stata mutilata prima di compiere cinque anni.

Pur essendo concentrate in Africa, le mutilazioni genitali sono praticate anche in diverse comunità dell'Asia, dell'America Latina e degli Stati arabi e con la globalizzazione, denuncia l'Unicef, sono a rischio anche le ragazze che vivono in comunità emigrate. A fronte di questa drammatica situazione, nel 2016 sono stati eseguiti solo 71 arresti e 252 casi sono stati sottoposti a giudizio, ottenendo 72 condanne.

Nella Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, il direttore generale dell'Unicef Anthony Lake e il direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione Babatunde Osotimehin hanno rilasciato una dichiarazione che denuncia come queste pratiche danneggino in modo permanente i corpi delle ragazze, infliggendo dolori lancinanti, provocando gravi disturbi delle normali funzioni corporee e dell'attività sessuale, e causando profondi traumi emotivi che possono durare tutta la vita. Le mutilazioni, continua la nota, "aumentano il rischio di complicazioni potenzialmente mortali durante la gravidanza, il lavoro e il parto, mettendo a repentaglio la vita della madre e del bambino, e negano alle ragazze la loro autonomia violando i loro diritti umani".

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