MORNING CALL

Iran: i limiti della strategia della deterrenza

di Rosalba Reggio

In questa puntata di Morning call parliamo di Iran con Livio di Leonardo, docente di Relazioni internazionali all'università Bocconi di Milano. Parliamo di Iran, ovviamente, in relazione a quanto è successo: quindi l'attacco americano, la risposta dell'Iran... Cerchiamo di riassumere velocemente, i fatti degli ultimi mesi.
Partirei dall'attacco lanciato da una milizia irachena, il 27 dicembre 2019, nei confronti, cioè contro, la base americana a Kirkuk al nord dell'Iraq. Questo attacco, con oltre trenta razzi, ha ucciso un contractor americano. Quello è stato un po' un punto di svolta, perché c'erano stati degli attacchi precedenti a partire da ottobre ma li, con l'uccisione di un contractor americano, diciamo che il gioco un po' cambiato. Infatti due giorni dopo gli Stati Uniti hanno risposto con degli attacchi nei confronti delle basi di questa milizia che si era resa protagonista dell'attacco il 27 dicembre, una milizia che si chiama Katai'b Hezbollah. Ha attaccato, appunto, basi di Katai'b Hezbollah, sia in Iraq che in Siria. A quel punto, questo attacco ha portato a venticinque vittime e una cinquantina di feriti e ha provocato delle reazioni in Iraq, che sono sfociate poi in proteste con migliaia di persone che hanno poi portato all'assalto all'ambasciata americana in Iraq. A quel punto, il punto successivo è stato un altro punto di svolta, cioè l'uccisione di Qasem Soleimani che era un po' la mente dietro alla strategia iraniana di destabilizzazione del Medio Oriente ed era a capo di un corpo delle guardie rivoluzionarie, che aveva l'obiettivo, appunto, di iniziare delle operazioni militari, operazioni clandestine, servendosi di queste cosiddette proxies, di questi gruppi armati, queste milizie in Yemen, in Iraq, in Libano, in Siria. E quindi diciamo che quello è stato il punto di svolta. Poi c'è stata una reazione iraniana, una risposta abbastanza debole, senza l'obiettivo di fare alcune vittime.
E infatti non ci sono state vittime. Ecco, però, per cercare di capire... questo è il racconto di quanto è successo, ma quali sono in realtà gli interessi in gioco? Che cosa si stanno giocando Iran e Stati Uniti?
Diciamo che gli ultimi anni l'Iran ha mostrato una propensione ad allargare la propria influenza all'interno dell'area mediorientale. E lo ha fatto soprattutto servendosi di questi gruppi armati di cui parlavo prima. L'altro punto fondamentale di questa strategia è il programma nucleare. Quindi investire nel programma nucleare, raggiungere la capacità nucleare che ovviamente cambierebbe i rapporti di forza all'interno della regione. Gli Stati Uniti, ovviamente, consapevoli che l'Iran sia forse il maggior sponsor di terrorismo nel mondo, sono estremamente preoccupati dalla possibilità che l'Iran possa raggiungere una capacità nucleare e sono preoccupati anche per l'influenza che l'Iran possa avere non solo in paesi altamente destabilizzati come l'Iraq, ma anche che l'Iran possa avere delle ambizioni pericolose riguardo... nei confronti di alleati degli Stati Uniti come l'Arabia Saudita e Israele. Ecco, però, immaginandosi a questo punto quali possano essere gli sviluppi, la strategia - secondo lei - usata finora da Trump, quindi questo interventismo, alla fine, paga o non paga? Il problema di questa strategia... ....cioè, l'uccisione di Soleimani è stata giustificata in due modi: una giustificazione era che l'Iran stava progettando degli attentati e degli attacchi imminenti contro obiettivi americani. Quando Pompeo è stato interrogato, il segretario di Stato americano, è stato interrogato sull'esistenza di questa minaccia imminente, è rimasto abbastanza vago... L'altra giustificazione è stata quella di ristabilire la deterrenza, cioè la logica della deterrenza è molto semplice, è stata utilizzata dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda è stata molto efficace in quegli anni ed è: parlando al nemico, non provare a fare un'azione che a me non piace, perché a questa azione seguirà una reazione così severa che eliminerà completamente tutti i benefici di quell'azione iniziale. Il punto è che le guerre si combattono con gli avversari e con i nemici che si hanno, non con quelli che si desiderano. La strategia della deterrenza è stata estremamente efficace nei confronti di attori come l'Unione Sovietica ma nei confronti dell'Iran, che comunque si serve di questi gruppi, di questi miliziani per raggiungere i propri obiettivi in campo internazionale, potrebbe essere più... potrebbe essere quasi un boomerang, perché alla base della logica della deterrenza... io devo essere consapevole di chi mi ha attaccato, perché soltanto se so chi mi ha attaccato, posso rispondere e posso punire colui che si è macchiato di questa azione negativa. Il problema è che il vincolo, il link, tra l'Iran e questi miliziani non è sempre estremamente trasparente. Sì, questi gruppi prendono delle direttive da Teheran, ma non in maniera completa. Il pericolo è che questi gruppi, a differenza dell'Iran che magari potrebbe avere un incentivo, proprio come gli Stati Uniti a mantenere il conflitto, le tensioni basse, questi gruppi potrebbero fare altri attacchi nei confronti di obiettivi americani, con l'obiettivo di scatenare la risposta degli Stati Uniti, che porterebbe a maggiori destabilizzazioni della regione, potrebbe aiutare questi gruppi a ritagliarsi un nuovo ruolo all'interno di questi conflitti civili.
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