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Coronavirus, capo della setta sudcoreana Shincheonji chiede scusa

Roma, 2 mar. (askanews) - Il leader della setta sudcoreana al centro della diffusione del contagio da coronavirus nel Paese asiatico ha pubblicamente chiesto scusa, in lacrime. La comunità che dirige è collegata a oltre la metà dei casi - più di quattromila - in Corea del Sud.

"Vorrei presentare le mie sincere scuse alla gente da parte dei membri" della Chiesa di Cristo di Shincheonji, ha dichiarato lee Man-hee con voce rotta, "anche se non è stato intenzionale, molta gente è stata infettata". Il leader del gruppo religioso, considerato una setta, si è inginocchiato due volte davanti alla stampa mentre presentava le sue scuse, la testa china fino a terra.

"Abbiamo fatto tutti gli sforzi possibili ma non siamo stati in grado di prevenire tutto questo. Chiedo il perdono del popolo", ha affermato Lee, 88 anni. Per i suoi seguaci è il "Pastore Promesso" che porterà in cielo 144mila persone nel Giorno del giudizio. Le autorità di Seoul hanno chiesto alla procura di incriminare lui e altri 11 membri della setta per non avere cooperato con le misure di contenimento del contagio. Tra le ipotesi di reato anche quella di omicidio. Lui sostiene, al contrario, di avere "attivamente collaborato con il governo" e ha promesso di fare "il meglio, senza lesinare sostegno umano e materiale".

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