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"La cucina", luogo di lavoro e conflitti, metafora della società

  • 03:30

Roma (askanews) - Ventiquattro attori, quasi tutti sotto i 30 anni, animano "La cucina", in scena al teatro Eliseo fino al 20 maggio. Nello spettacolo scritto da Arnold Wesker, diretto da Valerio Binasco, prodotto dal Teatro Stabile di Genova, quel luogo di lavoro diventa la metafora della vita sociale, con le sue tensioni e i suoi conflitti. Cuochi, camerieri, sguatteri, si misurano con fornelli, pentole, padelle e nell'attività frenetica deflagrano scontri, emergono gelosie, spuntano pregiudizi.

Aldo Ottobrino interpreta un cuoco tedesco:

"In questa specie di Babele assoluta di etnie, è un posto dove la tensione è sempre a mille. E' una cucina, ma è un ambiente di lavoro, potrebbe essere un carcere, dove tutte le tensioni e la convivenza arriva ad esplodere".

Il personaggio interpretato da Nicola Pannelli è un senza tetto che vive nel ristorante:

"E' un posto terribilmente malato, come è malato il mondo, e ovviamente il fatto che il mio personaggio si ustioni dipende dal fatto che tante cose in questa cucina vengono lasciate al caso, perché pochi sono in regola, le cose non funzionano. E' un laboratorio umano di pazzi, mezzi criminali, un'umanità veramente varia".

Andrea Di Casa è il macellaio del ristorante, solitario, rabbioso e rancoroso:

"E' divertente prestare attenzione, da attore, a tutte quelle che sono le tensioni che inevitabilmente si portano da casa. Ed è bello, un bel concerto, poi è gioia quella che ne esce, anche nel fare un personaggio bruttissimo e antipatico come il mio. E' divertente".

Elisabetta Mazzullo è Monique, la capocameriera, Elena Gigliotti è Annie, l'addetta ai pasticcini e ai caffè:

"Credo che Wesker stesso volesse mostrare come una cucina è un luogo, come il teatro, in cui crei, anche a partire anche da ingredienti non sempre di eccelsa qualità, cioè esseri umani, con i loro difetti, le loro brutture, ma anche con la splendida poesia che si porta dentro ciascuno".

"Il finale, non so se posso dirlo, dello spettacolo, però in qualche modo ci incita alla riflessione su una collettività comune, in cui il silenzio ha molto più valore di tante parole dette".

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