Italia
Terremoto Amatrice, il racconto del sindaco. La polvere, il buio e i figli trovati vivi per miracolo
(LaPresse) “Ho cominciato a vestirmi mentre la terra tremava perché mi ricordavo dagli altri terremoti che quando sei scalzo e in pigiama non riesci a fare granché”. Giorgio Cortellesi è il sindaco di Amatrice (Rieti). Siamo nel Lazio al confine con Abruzzo, Marche e Umbria in una zona abituata a convivere con i terremoti. Ma il sisma del 24 agosto 2016 fu diverso da tutti gli altri. Erano le 3:36 di notte quando una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto devastò il paese. Fu proprio Amatrice a pagare il prezzo più alto: 239 vittime delle 299 totali.
Dalla spianata che un tempo era il centro storico del paese Cortellesi racconta a LaPresse quegli attimi in cui fu tra i primissimi a vedere il paese raso al suolo. “Passavamo qui le estati e i miei figli dormivano dai nonni in centro storico vicino alla torre civica. Io stavo leggermente fuori dal centro. Alla prima scossa ho capito subito che non era come le altre. Mentre ancora la terra tremava mi sono vestito. Correndo con la macchina sono arrivato qui e da quel momento ho perso la coscienza di quello che stavo facendo”.
Davanti a lui al posto delle case che affacciano su Corso Umberto I, la via principale di quello che era il centro storico, un cumulo di macerie. Ma prima ancora la polvere. “Vedo la nuvola di polvere e ad alta voce dico "no, la polvere no". La mia ex moglie chiede perché e io rispondo "sono crollati gli abitati". Lì ho la percezione di aver perso i miei figli. Scendo dalla macchina, buio totale, odore di gas. Corro lungo corso Umberto I che era invaso da fabbricati crollati. Correvo e pregavo di trovare i miei figli promettendo a Dio che se li avessi trovati avrei dedicato la vita a chi non ce l’ha fatta. Ho sentito la voce di uno dei miei figli e ho ricominciato a respirare. Mi hanno detto che stavano bene e che stavano cercando i nonni. Tutto intorno a loro era crollato tutto. Se fossero andati in bagno in quel momento non sarebbero vivi”.
Da lì sono momenti di ricerca dei superstiti e di soccorsi complicati.“Ho aiutato una signora a scendere dalla finestra con un lenzuolo. Ho trovato un’altra signora schiacciata dalla porta ma per fortuna la porta la preservava dalle macerie ed è sopravvissuta. Scavando a mano ci è voluto un sacco a tirarla fuori. Ho ancora i segni sulle mani. Oltre ai segni che noi amatriciani ci portiamo dentro”.