MORNING CALL

Popolare di Bari: troppa continuità ai vertici

di Rosalba Reggio

Banca Popolare di Bari, crisi bancarie, possibili soluzioni Si parla di questo a Morning call, con Andrea Resti, docente di Economia degli intermediari finanziari all'università Bocconi di Milano e advisor del Parlamento Europeo per la vigilanza bancaria.
Che cosa è successo alla Popolare di Bari? “Per raccontare tutto quello che è successo è ancora presto. Ci sono delle inchieste in corso, ma sicuramente alcune cose che sono successe le abbiamo capite. C'è stata una fortissima continuità ai vertici della banca. Il che, evidentemente, ha reso più difficile intercettare gli errori e le fragilità del top management. C'è stato come in molte altre banche popolari, un mercato delle azioni, di fatto inesistente, ma che il pubblico pensava fosse affidabile e funzionante, per cui molte famiglie hanno investito cifre consistenti sulle azioni della banca, pensando di poterle liquidare e si sono ritrovate come nei casi di Vicenza o Veneto Banca, ad avere poi difficoltà a uscire dal proprio investimento, che si è drammaticamente svalutato”. Ma come fa un investitore a capire quando un'azione è poco liquida? “E' molto facile: ci sono banche quotate e ci sono banche non quotate. Nel caso delle banche quotate sui mercati principali, poter vendere il proprio investimento anche a costo di perdite, è relativamente facile. Nel caso delle banche non quotate, fidarsi delle promesse del management che, senza mai firmare nulla, si impegna a riacquistare il titolo e a fornire liquidità, è evidentemente un comportamento incauto”.
Un altro tema di cui ha parlato è quello del poco ricambio. Secondo lei è un tema generale che interessa anche altri istituti di credito? Perché sappiamo, e questa era la seconda domanda, che il caso della Popolare di Bari, poi alla fine non è stato l'unico. “Altri casi del genere si sono verificati in Italia. C'è stato un ricambio importante tra l'altro, la normativa sulle cosiddette quote rosa che è stata di recente rinnovata e incrementata, è stata un elemento positivo. Sicuramente però la qualità media degli amministratori, non parlo dei vertici, ma parlo del consiglio che dovrebbe servire a fare da contrappeso critico alle scelte dei top manager, questa qualità è ancora diciamo piuttosto eterogenea. E il ministero dell'economia, dopo anni, non ha ancora varato un decreto che servirebbe alle autorità per poter fare un vaglio più efficace delle qualifiche professionali e dell'appropriatezza di questi amministratori”.
La Popolare di Bari non è caso unico Cose in comune tra altre crisi bancarie, secondo lei? “Sicuramente il tema che abbiamo appena toccato cioè la cattiva qualità dei contrappesi. Un altro tema ricorrente è il fatto che le banche hanno operato nei confronti degli investitori al dettaglio, come collocatori dei propri titoli e delle proprie passività subordinate. I cosiddetti prestiti subordinati fino a qualche anno fa erano considerati sicuri poi, per effetto di un quadro normativo che è cambiato e li ha resi più rischiosi, anche su richiesta della Commissione europea, è accaduto che molte famiglie che hanno acquistato titoli di questo tipo, quando erano relativamente tranquilli, hanno subito forti perdite. Questa è un'altra costante che abbiamo visto in numerosi casi”.
Che cosa possiamo imparare da questa lezione? Anche se in realtà ne abbiamo già avute altre di lezioni e anche proprio alla luce del suo ruolo di advisor del Parlamento europeo, proprio per la vigilanza bancaria, quali sono ancora le grandi debolezze del sistema e quali potrebbero essere le soluzioni più immediate? “Bene, vorrei dire che siamo un alunno ripetente, che continua a fallire senza imparare certe lezioni. Una lezione da imparare e la discontinuità Ci abbiamo messo un po' di tempo, forse, a capirla. Lo stesso direttorio della banca d'Italia, recentemente, è stato rinnovato con innesti esterni e questo è sicuramente un elemento positivo. Un altro aspetto su cui forse possiamo fare una riflessione, a proposito di vigilanza, è legato al disaccoppiamento tra vigilanza, che ora sta a Francoforte e responsabilità nazionale. Da un certo punto di vista questo è positivo, perché la BCE è più libera di intervenire sulle situazioni aziendali, ma a volte hai l'impressione che a Francoforte non si pongano fino in fondo il problema delle ricadute occupazionali per il finanziamento dell'economia, di certe decisioni”.
E quindi, un punto di compromesso tra due aspetti contrastanti? “Lo chiamerei un punto di torsione, nel senso che il potere di decidere determinate svolte di vigilanza è ubicato univocamente a Francoforte. Ma le conseguenze negative per l'economia, per l'occupazione per i risparmiatori evidentemente si percepiscono in Italia”.
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