Entrare in un carcere femminile è come passare alla tv a colori dopo un viaggio in bianco e nero. Tende rosa e verdi alle finestre, la luce del mezzogiorno che illumina le pareti del salone da parrucchiera nella sezione femminile di Lecce, 101 presenze, dove siamo entrati.
In tutta Italia al 31 gennaio erano 2.718 le detenute, circa il 4% dell’intera popolazione penitenziaria, distribuita in soli 50 istituti: Rebibbia femminile-Venezia Giudecca e Trani le uniche tre strutture esclusivamente per donne, dopo la chiusura per la crisi bradisismo del penitenziario di Pozzuoli.
Le donne detenute si ritrovano più sole – perché spesso più distanti dal proprio territorio – e con meno occasioni anche di reinserimento, soprattutto negli istituti dove si registra una sola presenza, come a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) o poche unità, come Mantova, Paliano o L’Aquila.
Dal 2mila, in tutto il mondo il numero delle donne arrestate è più che raddoppiato: secondo stime diffuse alla recente conferenza internazionale di Bangkok, sarebbero 740mila con picchi negli Stati Uniti seguiti dalla Cina.
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