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Il diabete non va in lockdown, ma la tecnologia può aiutare

Roma, 13 nov. (askanews) - "Non mandare il diabete in lockdown". Questo lo slogan scelto per riassumere l'indagine sulle esperienze e le esigenze assistenziali di bambini, ragazzi e giovani adulti affetti da diabete di tipo 1 e delle loro famiglie condotta, su un campione di 150 persone, da Doxa Pharma, con il contributo non condizionato di Sanofi.

L'indagine, presentata via webinar, ha rilevato come questa forma della malattia, che rappresenta circa il 10% dei casi totali e che richiede trattamento insulinico sin dall'inizio, ha un impatto molto pesante per i giovani pazienti e per le loro famiglie, anche dal punto di vista psicologico ed emotivo. Un impatto particolarmente forte nel passaggio dall'età pediatrica a quella adulta, che la pandemia del Covid-19 ha in parte acuito, non solo sul fronte delle cure ma anche su quello della prevenzione con l'individuazione precoce di una malattia che altrimenti può precipitare nel giro di poche settimane o giorni, portando a una condizione di chetoacidosi diabetica che può anche essere mortale. Il prof. Emanuele Bosi, primario dell Unità di Medicina Generale indirizzo diabetologico ed endocrino- metabolico all Ospedale San Raffaele di Milano:

"In un momento in cui c'è la pandemia, con o senza lockdown, uno dei problemi è che a causa di questo le persone stanno più alla larga dagli ospedali e dai medici, questo comporta il rischio che un neo-caso di diabete e in particolare di diabete di tipo 1 sfugga alla diagnosi e anziché precocemente venga diagnosticato tardivamente".

"Questo significa che la vigilanza deve essere operata da tutti, certamente dai genitori per quanto riguarda i bambini piccoli e dai medici, a partire dai pediatri e dai medici di medicina generale. Certamente il fatto che compaia la sete e che si urini di più è il classico sintomo di comparsa. La poliuria e la polidipsia, cioè la quantità di urine e la sete in una persona col diabete all'esordio non sfuggono, sono decisamente fuori dal normale".

Malgrado la situazione di crisi indotta dalla pandemia di Covid, ci sono alcune note positive che ancora una volta vengono dalla tecnologia: la telemedicina è riuscita a ridurre in parte le difficoltà incontrate da medici e pazienti. Tanto che nel 30% dei casi le visite sono state effettuate telefonicamente od online con il teleconsulto. Una tendenza in parte già in aumento prima della crisi del coronavirus, ma che in prospettiva va vista anche come un elemento di potenziamento dell'efficacia della gestione della malattia, come ha illustrato il prof. Claudio Maffeis, direttore della sezione di Pediatria a indirizzo diabetologico e malattie del metabolismo dell Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona:

"Il motivo per il quale questa telemedicina per noi è stata una condizione quasi normale è legato al fatto che la terapia del diabete si avvale oggi di una tecnologia per misurazione della glicemia in continuo: cioè i nostri ragazzi hanno ormai al 90% degli strumenti che possono venir scaricati per vedere l'andamento della glicemia. Questo aiuta tantissimo anche nel dialogo fra l'equipe di cura e la famiglia del paziente. Pensate ai bambini piccoli per esempio, come i sensori e anche gli iniettori, le micro-pompe di insulina hanno permesso un cambiamento radicale nella gestione del diabete. Questa è stata l'anticamera che ha preparato i nostri servizi all'uso della telemedicina nella continuità. Questa condizione di stress ha accelerato il cambiamento".

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