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Dopo Quota 100, uno scalone di 5 anni

di Rosalba Reggio

Pensioni, ne parliamo con il professor Vincenzo Galasso, docente di economia all’Università Bocconi di Milano. Quota 100, siamo vicini alla fine, la data è il 2021 che cosa succederà il giorno dopo? Quando finirà quota 100 si tornerà indietro a quella che era la legislazione precedente, cioè quella che esce dalla famosa legge Fornero?
Questo chiaramente potrà comportare delle grosse variazioni. Ricordiamo che quota 100 è stata una misura temporanea per tre anni, che ha consentito alle persone di andare in pensione con 62 anni di anzianità e 38 anni di contributi. Questo cambierà completamente dopo quota 100 perché fondamentalmente si andrà in pensione con le vecchie regole che sono: o 42 anni e dieci mesi di contributi oppure 67 anni di età.
Scusi se la interrompo, ma se io mi fossi trovata in una situazione di quasi quota 100, quindi magari non perfettamente 62 anni, ma quasi, ma già 38 anni di contributi, il giorno dopo la fine di quota 100 cosa mi succede?
Succede che ci può essere un gradino di quasi 5 anni. Se prendiamo un signore che ha avuto, come dire, la fortuna di compiere 62 anni il 31 dicembre 2021 e che ha 38 anni di contributi, può prendere quota 100 e andare in pensione. Se invece il suo vicino di casa i 62 anni li compie il primo gennaio, ma ha comunque i suoi 38 anni di contributi, lui dovrà aspettare di avere o 67 anni di età oppure 42 anni e dieci mesi di contributi. Quindi tra queste due persone molto simili, in termini di contributi e di età, si apre un gradino di ben 5 anni.
Professore, ricordiamolo però, questo succede perché c’è stato un intervento normativo? È una domanda retorica, ovviamente. O perché già la legge è nata per essere una legge temporanea di tre anni?
No, la legge è nata come un provvedimento una misura temporanea per tre anni e quindi si sapeva sin dall’inizio che questo gradino si sarebbe venuto a creare in futuro. Chiaramente la domanda di tutti oggi è che cosa fare per evitare che questo gradino effettivamente esista. Peraltro di scale, scaloni, scalini la nostra previdenza è piena.
Immaginiamo quindi che si cerchi un’altra alternativa. Ci sono già ipotesi sul tavolo, quale può essere secondo lei la più probabile?
Ma la più probabile è difficile da dire, diciamo che da un lato la proposta che viene fatta per cercare di avvicinarsi quanto più possibile a quota 100, quindi per mantenere questa possibilità di uscire presto è tipicamente quella dei 41 anni di contributi.
Quindi una delle proposte sul tavolo è quella di far uscire le persone con 41 anni di contributi, senza penalizzazioni di sorta o, comunque, con una penalizzazione che ha a che vedere solo con la parte contributiva per persone che però sono nel sistema misto, quindi hanno una parte contributiva ed una retributiva. Questa è una richiesta chiaramente molto costosa per lo Stato, perché consentirebbe a molte persone di uscire presto e quindi avrebbe un grosso impatto sulle casse dello Stato. L’alternativa, dall’altro lato dello specchio, se vogliamo avere della flessibilità, e credo che sia una domanda giusta quella di avere flessibilità, una domanda che arriva anche da parte delle imprese, ecco la flessibilità in realtà il legislatore già nella legge Dini del ’95 l’aveva prevista, ma è una flessibilità che prevede che il calcolo della pensione venga fatto attraverso il sistema contributivo completamente.
Per dire, come accade oggi con opzione donna. Quindi un’altra possibilità potrebbe essere quella di consentire alle persone di uscire prima, ma, se vogliono farlo, di avere tutto quanto il calcolo in base appunto al calcolo contributivo. Questo chiaramente vuol dire avere delle penalizzazioni, quindi uscire prima, ma avere una pensione più bassa.
Sintetizzo, la richiesta di 41 anni di cui parlava, evidentemente sono le parti sociali che lo chiedono, quindi immagino sia una domanda dei sindacati? Il ricalcolo contributivo una possibile scelta che quindi farebbe arrivare nelle tasche dei pensionati meno soldi che quindi, probabilmente, sarebbe meno costoso per lo Stato, però, forse, comporterebbe oggi un’uscita maggiore, giusto?
Sì, il calcolo contributivo quando viene utilizzato per andare in pensione prima in realtà ha un po’ questa caratteristica: nel lungo periodo il pensionato percepisce la stessa quantità totale di pensione, però ne percepisce un po’ di meno su più anni. Questo vuol dire che dal punto di vista individuale la somma di tutte le pensioni ricevute rimane la stessa, ma dal punto di vista del vincolo dello Stato vuol dire pagare un po’ di più oggi, quindi dover pagare un po’ più pensioni oggi. Queste pensioni poi ne pagheremo un po’ meno in futuro, quindi nell’arco di 20-25 anni, la spesa totale per lo Stato rimane la stessa, però oggi dobbiamo finanziare un po’ di pensioni.
Potrebbe esserci un problema di cassa insomma? Potrebbe esserci un problema di cassa, in realtà questo è anche uno dei motivi per cui negli anni scorsi si era dato vita all’APe volontaria che cercava di supplire a questo problema di cassa utilizzando appunto i mercati finanziari come un lender, come un prestatore
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