Economia

Imprese, Universitas Mercatorum: tasso attivazione all’11%, Italia al 30esimo posto

(LaPresse) L'Italia rimane fra i paesi a più bassa propensione imprenditoriale, su quasi il 20% degli adulti che vorrebbe avviare un'attività, infatti solo l'11% lo fa davvero. Percentuale che posiziona il nostro paese al trentesimo posto sui 48, indagati dal rapporto GEM Italia 2025-2026 presentato oggi a Roma da Universitas Mercatorum nell'ambito dell'evento: “L’imprenditorialità per la crescita del paese”. “La fotografia che emerge dal Rapporto GEM - sottolinea Giovanni Cannata, Rettore dell’Universitas Mercatorum - indica alcune criticità come ad esempio le difficoltà per le donne ancora persistenti, il posizionamento dell'attivazione di nuova imprenditorialità, meno nei settori più giovani, siamo più verso i quarantenni e un po' più in là. La sofferenza burocratica e ancora una volta purtroppo il divario Nord-Sud”. Tra i vari indicatori significativi è quello del divario di genere, con un indicatore di imprenditorialità del 13% tra gli uomini e di poco superiore all'8% tra le donne. Le donne infatti dimostrano livelli inferiori di percezione delle opportunità, minore fiducia nelle proprie capacità e una maggiore paura di fallire rispetto agli uomini: “Il gap di genere ha purtroppo diverse variabili che lo condizionano - spiega Alessandra Micozzi, Coordinatrice scientifica del rapporto - sicuramente sono variabili strutturali, sicuramente sono variabili culturali, sicuramente si parla di carichi di cura e sicuramente si parla di una questione ecosistemica. L'imprenditore e l'imprenditrice - prosegue - non nascono in maniera isolata, nascono all'interno di un ecosistema che può incentivare, quindi incoraggiare o scoraggiare l'attivazione imprenditoriale. Le donne purtroppo tendono a creare reti meno ampie e sicuramente meno forti, questo fa sì che l'accesso al credito sia più difficile per una donna e le donne tendenzialmente non si avvalgono di quelli che sono i supporti professionali. Di sicuro ciò che possiamo fare a livello di sistema paese è rafforzare quella che è l'imprenditorialità femminile, non tanto per una questione di equità, quanto per una questione di opportunità, perché la diversità in economia è un qualcosa di positivo e va chiaramente valorizzato”. Tanti ancora gli ostacoli che rendono difficile aprire un'impresa in Italia, oltre al gap di genere, ad influire anche il progressivo abbassamento del livello di formazione delle nuove generazioni e un contesto normativo che va semplificato perché, per il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli: “rappresenta un ostacolo alla formazione di nuove imprese”. “C’è un contesto complessivo - chiarisce Tripoli - che induce a una prudenza, ci sono tante incertezze in giro per cui chi vuole mettere su un'impresa deve essere molto più attento e normalmente molto più cauto nell'avviarla. Certamente c'è anche un tema legato alla finanza, alle risorse finanziarie per l'avvio della propria attività e noi abbiamo visto che nel tempo, negli ultimi anni in particolare, soprattutto il finanziamento bancario destinato alle aziende molto più piccole di quelle che normalmente abbiamo, soprattutto della prima fase della loro vita, è un finanziamento che si è ridotto e si è ridotto in modo anche significativo. C’è poi un contesto normativo che è più complicato del passato e che bisogna anche semplificare. La semplificazione è una chiave importante anche per far nascere più imprese. Infine segnalerei il fatto che oggi mettere su un'impresa richiede anche un know-how, una conoscenza più ampia e più vasta di quella che serviva nel passato per mettere su un'azienda e per questo anche il tasso di scolarizzazione in particolare, di titoli universitari così ridotto nel nostro paese è un fenomeno che non aiuta a far crescere questo fenomeno e a generare nuove imprese”. “A livello italiano - aggiunge, Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Mit - facciamo molta fatica perché abbiamo una stratificazione di amministrazioni territoriali, quindi i comuni, le province, le regioni e poi c'è lo Stato centrale. Se noi non capiamo che dobbiamo andare tutti nella stessa direzione rimane difficile effettuare una vera e propria sburocratizzazione del sistema paese che possa aiutare e accompagnare le imprese, quindi il lavoro deve essere fatto congiuntamente”.
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