Roma (askanews) - L'industria italiana delle acque minerali, leader nel mondo con 130 imprese, 300 marchi, 40 mila addetti, 14,5 miliardi di litri prodotti, vive un momento di incertezza tra rischi di revisione delle concessioni, possibili aumenti di tasse che potrebbero far aumentare i prezzi fino al 40%, e rinnovato impegno sulla sostenibilità e sul riciclaggio della plastica. "Il settore - dice l'avvocato Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l'associazione confindustriale dei produttori di acque minerali - ha avuto negli anni scorsi un grande sviluppo che ora si sta consolidando. Ma siamo stati capaci di sviluppare l'export: oggi esportiamo per un miliardo e mezzo di litri, con un saldo attivo di 500 milioni, e stiamo raggiungendo la Francia. Anche quest'anno il settore conferma le sue posizioni, dopo un 2017 in crescita del 9% anche per l'estate particolarmente calda. E soprattutto siamo apprezzati dai consumatori che in un'indagine Censis, alla domanda perchè bevono acqua minerale hanno risposto: ci piace, fa bene alla salute e costa poco. Per quel che riguarda l'ipotesi di revisione delle concessioni, su cui abbiamo tavoli aperti col governo, va sottolineato che noi siamo concessionari delle Regioni, perchè le acque minerali sono di proprietà delle Regioni. E poi siamo sì concessionari, ma in un mercato molto concorrenziale: non siamo monopolisti. In Italia ci sono 130 aziende e 300 marchi che si fanno tutti i giorni concorrenza per conquistare quote di mercato".
Per quel che riguarda l'ipotesi di tasse antiplastica e di sugar tax che potrebbero colpire le aziende di acque minerali che producono anche altre bevande, Fortuna afferma:"Per quel che riguarda l'ambiente o il concetto di acqua pubblica, stiamo facendo presente che quei 2 centesimi di tassa che si vorrebbero mettere su ogni bottiglia di plastica, diventerebbero 4 con gli oneri distributivi, gli arrotondamenti e l'Iva, che da noi è al 22% contro il 5,5% della Francia. Quindi sul prezzo minimo di 10 centesimi al litro che si trova nei discount, quei 4 centesimi peserebbero per il 40%: il che significa che i consumi calerebbero con evidenti riflessi sulla produzione e sull'occupazione. Tanto più che noi utilizziamo la migliore plastica che sia stata inventata, il Pet, che si ricicla al 100% e noi la riutilizziamo per produrre nuove bottiglie. Poi abbiamo ridotto il peso delle bottiglie del 40%, il che vuol dire il 40% di plastica in meno. Sulla sugar tax, infine, va rilevato che in altri Paesi analoghe tasse non hanno avuto successo anche se avevano l'obbiettivo di combattere l'obesità, mentre da noi servirebbe solo per fare cassa. Se si dovesse fare un discorso di vera prevenzione della salute, allora bisognerebbe chiedersi: perchè partire dalla tassa su una bevanda il cui apporto calorico è inferiore a quello di una merendina o di uno snack?".