Cultura

"Un divano a Tunisi", una psicoanalista tra mille contraddizioni

Roma (askanews) - Sembra un'impresa impossibile quella che vuole intraprendere la protagonista di "Un divano a Tunisi", interpretata da Golshifteh Farahani: dopo una vita a Parigi ha infatti deciso di tornare in Tunisia, il Paese dove lei è nata e da dove sono partiti i suoi genitori, per aprire uno studio di psicoanalisi, munita di molta fiducia e di una fotografia di Freud che indossa un Fez rosso. Il film, che aveva vinto il premio del pubblico di Venezia lo scorso anno e arriva ora nei cinema l'8 ottobre, è una commedia su tutte le contraddizioni del Paese dopo la Primavera araba, con un gran caleidoscopio di divertenti personaggi in difficoltà che popolano il piccolo studio di questa "aliena" arrivata per ascoltare e risolvere i loro problemi.

Selma si ritrova a lottare contro burocrazia e diffidenza, ad essere considerata solo una immigrata "spocchiosa", qualcuno scambia il suo studio per una casa d'appuntamenti, qualcuno non capisce se è un medico o una strega, fatto sta che la fila fuori della sua porta è sempre lunghissima. Segno che tutti sono spaesati, sospesi tra vecchio e nuovo, tra tabù religiosi e progresso, mentre le donne, comunque, sembrano molto più illuminate degli uomini.

La regista franco-tunisina Manèle Labidi ha voluto mostrare la natura ironica e divertente di una certa società tunisina, nonostante viva in un contesto sociopolitico complesso. Per farlo si è ispirata alla sua famiglia, che la vede proprio come gli abitanti di Tunisi vedono Selma: strana, diversa, forse un po' pazza perché fa un mestiere come la regista.

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