Roma, (askanews) - "Purtroppo nella nostra società la morte è messa da parte, non se ne deve parlare, anche se poi i telegiornali sono pieni di femminicidi, di guerre, di morti. E purtroppo non abbiamo più parole per parlarne". L'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere dell'Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, ha appena mandato in stampa il libro "Vivere per sempre. L'esistenza, il tempo e l'Oltre" (Piemme).

Nato, spiega, dalla "esigenza di scrivere un libro per sottolineare che la morte non è la conclusione della vita, non deve solo far paura, la morte è anche un passaggio. Certo tutto questo viene dalla fede: adesso siamo vicini a Natale, questo bambino cresce, diventa grande, viene messo a morte, poi risorge. La morte non ha interrotto la sua vita. Non è più una vita come prima, ma è la stessa persona con i segni dei chiodi e della lancia che continua a vivere ma da risorta. Questa è stata la sfida che ho accettato perché purtroppo spesso della morte non si parla più, neppure noi cristiani. Noi non siamo in balia di un destino cieco, siamo destinati a cieli nuovi, a terre nuove, a un paradiso, a un giardino dove tutti i popoli convivono. La morte non è la parentesi del nulla, come se quello che abbiamo vissuto fosse spazzatura da scartare.

"Anche la ragione non può accettare tranquillamente che noi siamo una parentesi tra due nulla. Anzi, se la vita dura per sempre, vuol dire che il paradiso e l'inferno noi li costruiamo qui. L'interno è la guerra in Siria, in Iraq, i bambini soldato, gli anziani scortati nei cronicari, l'odio vicendevole: l'inferno lo costruiamo già qui. Il paradiso è il tenerci per mano, andare a visitare un anziano, rendere felice un giovane, rendere solidale una famiglia, un quartiere, e in questo senso allora concepire la vita come una destinazione ci fa capire che abbiamo un compito importantissimo ciascuno di noi: dobbiamo costruire già da oggi quel futuro luminoso, straordinario che la morte non interrompe".