Torino, 16 apr. (askanews) - Una città ideale, concepita per un solo individuo, lasciato in balia di un'idea sociale che suppone la sparizione della collettività. È il progetto "Monowe" che Ludovica Carbotta, artista selezionata anche per la prossima Biennale di Venezia, ha presenta alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, in una serata che ha visto complessivamente quattro inaugurazioni. In corso da alcuni anni, la ricerca su "Monowe" ricompone per la prima volta una propria visione complessiva, con una prospettiva che gioca con le dimensioni in modo quasi letterario (verrebbe da dire kafkiano, se questo aggettivo non fosse così consunto dall'uso improprio che ne abbiamo fatto per decenni). E invece, nella perdita del senso di proporzione che contraddistingue le opere di Carbotta si sente proprio la misura di quel paradosso che alimentava anche il genio dello scrittore praghese.

Collegata a un progetto di Ludovica Carbotta - The Institute of Things to Come, da lei fondato nel 2017 - è anche la seconda mostra che apre alla Sandretto, "Psy Chic Anem One" della londinese Tai Shani, che mette in scena con indubbio senso del tragico-grottesco il viaggio di una intelligenza artificiale in grado di oltrepassare i confini tradizionali del tempo, attraverso una voce immateriale di donna che fa da filo rosso per una sorta di nuova cosmologia al femminile, che appare radicalmente diversa.

Il terzo progetto che apre in Fondazione Sandretto è dedicato alle fotografie ritoccate di Patrizia Mussa che hanno come soggetto cinque teatri italiani. "The Time Laps" è un progetto che indaga la natura stessa della pratica fotografica, alla luce della propria supposta oggettività che qui, evidentemente, viene messa in discussione in modo sottile, ma pervicace.

Ma a dare una forma a tutta la serata torinese - con un Patrizia Sandretto Re Rebaudengo entusiasta per le mostre e fresca vincitrice del Leo Award 2019 dedicato a Leo Castelli, che le verrà consegnato a New York in autunno - è però soprattutto la quarta esposizione inaugurata in Fondazione, "Capriccio 2000", che conclude la Residenza per giovani curatori con un progetto dedicato alle culture giovanili italiane a cavallo del secolo, in relazione a spazi che sono post-industriali o comunque periferici. Il risultato - sicuramente toccante, talvolta urticante, sempre all'insegna dello straniamento - è una sorta di sogno post punk, che dolorosamente punteggia qualcosa che somiglia molto a un ritratto generazionale in assenza, anche qui venato di suggestioni letterarie, che fa pensare, per esempio, al Kurt Cobain immaginario dello scrittore Tommaso Pincio.

Al cuore di tutto però è inevitabile che si collochi la performance dance di Michele Rizzo, "HIGHER xtn.", un corpo a corpo tra i danzatori e il pubblico, una trasposizione ipnotica dell'idea stessa di trance che dalla cultura dance scivola facilmente lungo il pendio del misticismo, catturando in una serie di movimenti tutta l'energia del museo torinese. Capace di pensarsi come un luogo di ricerca e di avanguardia, che opera lungo delle direttive riconoscibili, ma sempre alla ricerca del terreno del nuovo.