Cultura

Kentridge ad Amalfi con opera-evento sulla tragedia dell'epidemia

Milano, 5 ott. (askanews) - Con tutta probabilità ci sarà anche William Kentridge in persona all'Antico Arsenale, monumento per eccellenza della tradizione marinara di Amalfi. Intanto c'è una delle sue opere più rappresentative: "More Sweetly Play the Dance", generata più di cinque anni orsono eppure di un'attualità che mette i brividi.

Già, perché il grande protagonista del contemporaneo è riuscito a rappresentare in questa videoarte tutte le paure riaffiorate con il Covid 19. E proprio la pandemia, che stava per mettere in forse anche la mostra, è diventata un problema superato in grande sicurezza grazie alla "volontà di ferro e capacità visionaria" di Lia Rumma e all'impegno di Scabec e del suo presidente. Come ci spiega Maria Giuseppina De Luca, ordinario di Estetica presso l'Università di Salerno:

"L'opera - afferma - ha un infinito serbatoio di senso. Essa non si esaurisce nel suo primo esporsi, è come se l'opera di Kentridge assorbisse la storia stessa degli arsenali di Amalfi - storia di pestilenze, lotte, conflitti, lavoro, malattie, la morte -, se ne impregnasse e la rielaborasse come realtà dell'oggi. Nel momento in cui l'opera è stata pensata, in Africa c'era l'Ebola".

De Luca sottolinea come la tragedia di quell'epidemia si è fusa con la nostra tragedia. L'opera di Kentridge è come se raccogliesse in sé questi tempi diversi, per poi farli agire nei corpi danzanti del corteo che si snoda lungo gli otto schermi. Nella danza si mischiano segni diversi: la danza macabra medievale, rituali della cultura africana, segni di vita contemporanea. Tutto questo quasi si solidifica, diventa ritmo dei corpi e quindi ciò che è stato si infiltra nell'oggi per raccontare di ciò che oggi è.

"Quindi - aggiunge De Luca - la nostra pandemia, il senso di insicurezza, le grandi migrazioni, la precarietà che ciascuno di noi vive, la forma del potere. Un potere spesso oppressivo, spesso totalmente separato dalle tragedie dell'umano. L'opera è stata pensata ma l'opera è anche continuamente ripensata nel dialogo che riesce a stabilire con il fruitore".

La mostra non è però un'iniziativa isolata, ma è parte di una narrazione cominciata da tempo per ricordare i cinquant'anni dell'arte povera. La narrazione si è snodata attraverso momenti diversi, muovendo dalla digitalizzazione dell'importante patrimonio dell'archivio Rumma. In questo senso andava anche il convegno di cui si è occupata la stessa De Luca: "Progettare la memoria. Strategie del digitale", nonché la mostra "I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970" a cura di Gabriele Guercio con Andrea Viliani, al museo MADRE di Napoli, presieduto da Laura Valente.

Merito dell'esposizione è anche far ritornare gli Arsenali amalfitani alla loro nudità e severità, pregna di storia, e alla centralità sulla scena contemporanea. Come fu con le tre edizioni della Rassegna d'Arte Internazionale di Amalfi, organizzate da Marcello Rumma: Aspetti del "ritorno alle cose stesse" a cura di Renato Barilli, 1966; L'impatto percettivo, a cura di Alberto Boatto e Filiberto Menna, 1967; Arte Povera più Azioni Povere, 1968, a cura di Germano Celant, purtroppo anche lui vittima del Covid.

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