Milano (askanews) - Le relazioni umane, ma anche la teoria della rappresentazione, la vita e il concetto filosofico di realtà. E' difficile spiegare come si possano fare stare così tanti aspetti in una mostra fotografica, ma all'Osservatorio di Fondazione Prada a Milano spesso succedono cose che vanno oltre le normali dinamiche di una esposizione di immagini. E' anche il caso della bipersonale di Jamie Diamond ed Elena Dorfman, artiste americane protagoniste, con la curatela di Melissa Harris di "Surrogati. Un amore ideale".

Il lavoro di Dorfman, con il progetto "Still Lovers", si concentra sulle persone che hanno scelto di vivere con una o più sex dolls. "Per prima - ha detto la fotografa ad askanews - ho incontrato una donna, che desiderava e collezionava le bambole, che ha impostato la propria casa intorno a loro. Non c'era sesso, le bambole erano qualcosa in più per lei, estensioni della personalità, rappresentavano cose diverse, diversi aspetti della sua vita, rispondevano a bisogni diversi".

"Credo di avere imparato a essere più aperta - ha aggiunto Elena Dorfman - ho imparato che quello che certe persone chiamano amore non deve essere necessariamente collegato a ciò che io chiamo amore o a quella che riteniamo la 'norma'. Si tratta di persone per molti aspetti normali, che però desiderano avere un partner non umano. E' una cosa complicata, certo, come è complicata l'umanità".

A curare la mostra una figura importante del mondo della fotografia, Melissa Harris, editor-at-large di Aperture Foundation, che abbiamo stuzzicato sul cortocircuito semantico e narrativo che la mostra innesca a ogni passo. "Amo l'idea di non sapere che cosa sto guardano - ci ha spiegato - e che sì sto guardando una 'prova', un 'documento', ma al tempo stesso non so se sto guardando la realtà. Che cosa significa 'realtà'? Cosa significa vivere? Questi lavori sollevano molte domande, ma i legami documentati sia da Elena Dorfman sia da Jamie Diamond sono veri e molto complessi".

Per quanto riguarda Diamond, il suo lavoro entra nella comunità dei Reborner, che realizzano bambole iperrealistiche di bambini, che poi tengono con sé come figli. Anche la fotografa, che possiede due bambole reborn, si è messa in gioco ritraendosi nei luoghi e con i vestiti della propria madre, nel progetto "I Promise to be a Good Mother".

"Quello che è interessante - ci ha detto - è che la fotografia accresce l'illusione che quello che stai vedendo sia vero, che le bambole siano esseri reali. Dal vivo si capisce che non si tratta di bambini veri, ma la fotografia può nascondere questo aspetto".

Inevitabile, a questo punto di un percorso di grande intensità e partecipazione anche dello spettatore, porre all'artista una domanda su cosa sia la realtà per lei. "Non credo che ci sia una risposta definitiva - ci ha ribadito - a maggior ragione ora che stiamo per entrare in una nuova fase dell'evoluzione, con le singolarità e l'intelligenza artificiale. Credo che la nostra domanda sulla realtà stia diventando sempre più plurale e meno chiara. In ogni caso non credo mi interessi avere una risposta definitiva, mi interessa continuare a indagare sul nostro modo di essere umani".

Che poi è quello che fa la buona arte. Anche in luoghi come l'Osservatorio milanese di Fondazione Prada.