Cultura

Internazionale a Ferrara, tra antirazzismo e ribellione economica

Ferrara, 4 ott. (askanews) - Un festival in forma ridotta, spalmato su più weekend da ottobre a maggio, ma con la possibilità, nel rispetto delle regole, di tornare nei teatri a incontrarsi di persona. Internazionale a Ferrara ha inaugurato il primo fine settimana di incontri in questa strana edizione del 2020, fortemente voluta dalla rivista, pur con tutte le difficoltà del tempo della pandemia. Ma il pubblico è arrivato a Ferrara e le sale sono tornate ad accogliere dibattiti e confronti con giornalisti di tutto il mondo. E si è parlato del movimento Black Lives Matter in termini per certi versi sorprendenti, con la pressante richiesta di diversi attivisti neri, di decostruire il nostro stesso antirazzismo. A coordinare l'incontro la scrittrice Claudia Durastanti.

"Non è antirazzismo - ha spiegato ad askanews - non tradurre le rivolte o le proteste specifiche di un luogo nel proprio contesto. Quindi se si prende l'esperienza americana dopo gli omicidi di Breonna Taylor o di George Floyd e non si fa lo stesso raccordandosi a cosa è il razzismo in Italia, alle storie dei braccianti, alle morti che si inseriscono in un discorso di razzismo sistemico e culturale italiano, non perché le origini e l'identità siano poi così fondamentali, ma perché esista appunto una dimensione situata, è proprio fare una critica concreta e materiale dei processi".

Insomma, una delle cose più intelligenti che possiamo fare, se vogliamo provare a capire il mondo, che a Internazionale a Ferrara è di casa, è proprio cambiare prospettiva, cambiare sguardo. Come nel caso dei paradigmi economici, al centro di un dibattito al quale ha preso parte la professoressa Marcella Corsi della Sapienza di Roma, docente, femminista e per sua stessa definizione anche ribelle.

"In teoria - ci ha spiegato - noi ragioniamo ancora in termini di homo economicus, cioè come se qualunque agente economico fosse uomo, bianco e potente dal punto di vista della capacità di scelta, perché si parla di ottimizzazione di scelte e quindi si presuppone che i soggetti siano liberi di scegliere. Sappiamo bene che così non è, soprattutto assumendo un punto di vista femminile e di genere, perché non possiamo pensare che la razza non conti, non possiamo pensare che il sesso non conti, non possiamo pensare che l'età non conti e che non conti lo status economico e sociale. Questa crisi ci sta mostrando come la fragilità e la vulnerabilità diventano di fatto un destino. E questo non può essere più accettato, mai più".

Per le vie di Ferrara questi messaggi circolano, si muovono insieme al pubblico del festival e arrivano anche sotto la statua del Savonarola. Davanti al cui sguardo visionario non possiamo fare a meno di pensare a un altro movimento che arriva dagli Stati Uniti, quello che vuole abbattere le statue, simbolo di una mentalità e, soprattutto, di dominazione. Come ha detto lo scrittore britannico Gary Younge, "non trovo un modo peggiore per celebrare qualcuno che erigendogli un monumento". Noi guardiamo il Savonarola e pensiamo che si vive di contraddizioni e di idee, e che osservandole con la maggiore lucidità possibile forse si può immaginare un altro futuro. Anche a Ferrara.

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