Venezia, 8 mag. (askanews) - La prima sensazione che si avverte, entrando nel Padiglione centrale dei Giardini della Biennale di Venezia per scoprire la 58esima Mostra internazionale d'arte curata da Ralph Rugoff è quella di un confronto con qualcosa di straordinaria e imprevedibile vitalità. A partire dalla nebbia con cui Lara Favaretto ha avvolto il più iconico luogo della Biennale, un fumo che, come tutta la mostra, si può leggere in molti modi.

"La cosa più importante per me - ha detto Rugoff ad askanews - è che le opere d'arte mettano in connessione i visitatori con diverse tipologie di idee con le quali non saremmo normalmente in relazione. Diverse tipologie di esperienze, diversi sentimenti, combinazioni di sentimenti. Non importa se l'argomento è difficile, in ogni caso si arriva a qualcosa di più alto".

Partendo da questa considerazione si capisce come il titolo della Biennale, "May You Live In Interesting Times", ovviamente vada a coinvolgere la complessità del nostro presente, ma lo faccia, e qui si sente pulsare il cuore di questa Biennale, con una voglia di costruire possibilità diverse, che vadano oltre i molti orrori che spesso ispirano le opere. Perché ci sono i muri con filo spinato di Teresa Margolles e le scene di violenza documentate da Arthur Jafa, ma ci sono anche dipinti sulla paternità come "I Become..." di Henry Taylor, realizzato pochi giorni fa qui a Venezia oppure le nuove letture della realtà di Jon Rafman. E quando ci si imbatte in nuovi modi di raccontarlo, il presente diventa anche modificabile. Partendo ovviamente dal presupposto fondamentale che la Biennale, come ci ha detto il presidente Paolo Baratta, è un luogo di complessità e illuminazione.

"Non siamo qui per dare un'oggettiva visione del mondo delle arti - ci ha spiegato - ma siamo qui per dare una fertile parzialità. Prima verità: ciascuna mostra è una visione parziale, non è la Biennale che santifica, che certifica o che condanna: è la Biennale che offre, e siccome si offre sempre una piccola parte offriamo una piccola parte. Ma chi viene qui deve sapere che non verrà né imbonito, né convinto, né obbligato a essere impressionato per quello che si fa".

Dal Padiglione centrale poi ci si sposta nell'Arsenale, dove l'allestimento cambia completamente la natura del luogo, con effetti, anche qui, di sorprendente diversità. Tanto che si comincia a ripensare il mondo in modi che assomigliano alle sovrapposizioni filmiche di Christian Marclay, a loro modo definitive, oppure al giardino scomparso che Hito Steyerl riporta parzialmente in vita attraverso una installazione totale, vero e proprio ponte tra le dimensioni della cosiddetta realtà e della cosiddetta finzione.

"L'arte che va agli uomini solo attraverso intermediari credo non sia tra le finalità principali degli stessi artisti - ha aggiunto Baratta - loro vogliono parlare direttamente agli uomini".

E il tenore di questa 58esima Biennale d'arte, il sentimento che suscita in ciascuno di noi visitatori, ogni volta in modo singolare, ma poi in grado di dare forma a una percezione collettiva, è quello di un confronto, a volte duro a volte struggente - pensiamo alla bellezza di certi quadri di Michael Armitage, per esempio, oppure alle ragnatele di Tomas Saraceno - ma sempre fertile e soprattutto orientato a considerare l'ampliamento dei confini dell'idea stessa di arte contemporanea. E siccome questa Biennale pensa se stessa con intensità il suo brillare è maggiore, è più rilevante, oltre le tragedie che sono sotto gli occhi di tutti, ogni giorno.

"Se si leggono i giornali - ha concluso Ralph Rugoff - è chiaro che nel mondo succedono cose terribili, ma ci sono modi diversi di rispondere a questo. Che tu possa vivere in tempi interessanti significa che questi tempi si possono guardare anche da una prospettiva non negativa, cercando le possibilità per renderli migliori".