Milano, 17 mar. (askanews) - La steppa del Kazakhstan, nel bel mezzo del continente asiatico, a circa 3 ore di volo da Mosca, evoca molto l'idea di un "panorama marziano". Per migliaia di Km c'è solo il nulla, piatto, interrotto di tanto in tanto da villaggi di pastori, da un trenino solitario, da un cane in cerca di caldo e di cibo.Eppure è da questa landa desolata nel cosmodromo di Bajkonur, enclave russa in terra kazaka, che oltre mezzo secolo fa, il 12 aprile del '61, è partita la conquista umana dello Spazio con il lancio di Jurij Gagarin, primo uomo ad andare in orbita.Da allora le cose qui non sono cambiate di molto: uguale è rimasta l'atmosfera dal retrogusto "sovietico", congelata nel tempo la casa di Gagarin e la stanza dove dormì prima del suo volo.Anche la rampa di lancio è sempre la stessa, quella da cui l'eroe dell'Unione Sovietica partì con la sua capsula Vostok per andare a guardare la Terra "bellissima" dallo Spazio.Ma la sostanza quella no, quella è diversa. La tecnologia in 55 anni ha fatto passi da gigante e ora questo deserto in cui, a un primo colpo d'occhio, è più facile incontrare mucche e cammelli che astronavi, è sempre più la "porta per le stelle".Anche la politica è cambiata. Se all'epoca della guerra fredda l'imperativo era "battere gli americani", oggi americani e russi qui lavorano fianco al fianco, cosmonauti e astronauti di tutto il mondo, Italia compresa, si addestrano insieme e partono sulle Sojuz per la Stazione spaziale internazionale. Bajkonur, insomma, è un luogo sospeso nel tempo ma proiettato verso lo Spazio dove si materializzano sogni finora ritenuti impossibili. Anche quello di mandare l'Italia su Marte.