Milano (askanews) - Vincere... ad ogni costo. Pedalare, macinare chilometri, faticare, sudare, arrivare esausti alla meta ed essere pronti a ricominciare. Per Danilo Di Luca, classe 1976, ex ciclista professionista, questo si è tradotto in 14 anni di gare e 54 vittorie, tra cui il Giro d'Italia nel 2007. Poi il baratro e l'onta della radiazione a vita, nel 2013 per doping dopo essere risultato positivo all'eritropoietina (Epo), un ormone che aumenta il numero di globuli rossi nel sangue. Una verità che il corridore ha deciso di raccontare in un libro "Bestie da vittoria", scritto in collaborazione con Alessandra Carati ed edito da Piemme."Mi sono preso la responsabilità di raccontare la mia verità - ha raccontato ad askanews - perché quando sono stato radiato e cacciato via dal ciclismo ero abbastanza arrabbiato e soprattutto l'ho potuto fare perché sono radiato e quindi ho potuto dire certe cose perché sono radiato".La verità di cui parla Di Luca è che, come lui stesso scrive, "tutti si dopano e tutti lo rifarebbero, ma per la società civile è una verità inaccettabile. Quando i direttori sportivi dicono: non so niente, mentono"."È normale che è così - ha continuato l'ex ciclista - fin quando si è nell'ambiente, fin quando si corre, fin quando si è un ciclista e non si è radiati come nel mio caso, ognuno protegge il suo lavoro, perché alla fine è un lavoro"."Rifarei tutto quello che ho fatto e non mi pento di quello che ho fatto. Purtroppo non si può tornare indietro quindi non ho l'esperienza di oggi, magari se potessi lo farei in maniera diversa""Se il tuo mondo ti chiede che oltre a tutti i sacrifici ci vuole anche il doping... È difficile da dire dopo, naturalmente gli errori da parte mia sono stati fatti, quando ho sbagliato sono stato trovato positivo, per il resto, tutti i controlli che ho fatto li ho superati quindi vuol dire che ero nelle regole, quindi sarei più attento a rispettare le regole".00.04.21.19Il pentimento, dunque, non passa attraverso gli atti o le carte. Però nelle parole dell'ex campione un barlume di speranza ancora s'intravede. Il sogno resta un ciclismo senza doping perché quel 5-7% di prestazione in più che ti danno le sostanze proibite non può fare di un gregario un campione, e allora la regola resta faticare. Lavorare duro, tutti, ma allo stesso modo."Nel nostro mondo, senza doping io avrei vinto di più - ha concluso l'ex campione - perché senza doping per tutti il campione si esalta di più e riesce a vincere di più e la vittoria secondo me gli arriva anche più facile".