Milano, (askanews) - Un lavoro che continua incessante, dall'alba al tramonto. Ora dopo ora, giorno dopo giorno. In queste fabbriche di mattoni nel Pakistan meridionale uomini, donne e bambini sono spesso incatenati ai datori di lavoro per un salario che non riscuotono mai. Come spiega uno di loro: "Sono pieno di debiti. Ho dovuto ottenere un prestito per dare da mangiare ai miei figli. Devo tra le 40 e le 50mila rupie, un debito che non rimborserò mai. Finirà solo quando morirò".Il salario giornaliero, raramente più di due dollari, non basta per ripagare gli esorbitanti interessi. Tutto il salario finisce nelle tasche degli usurai che pensano solo a provvedere il cibo necessario per continuare a vivere da schiavi.Il lavoro coatto è illegale in Pakistan ma nelle aree rurali a comandare sono i grandi proprietari terrieri che esercitano la loro influenza sulle autorità locali e la polizia.Sajan e la sua famiglia adesso sono al sicuro dopo essere stati bastonati dai mazzieri dell'usuraio al quale avevano chiesto un prestito: "Non ci trattavano come esseri umani. Lavoravamo giorno e notte".Puno Bheel, presidente del sindacato locale dei lavoratori delle fabbriche di mattoni, si è impegnato per cambiare la situazione: "Prima del sindacato, gli operai non avevano nemmeno un nome, erano solo dei numeri. Prima nessuno era ammesso dentro le fornaci, adesso facciamo ispezioni regolari di controllo e organizziamo seminari per sensibilizzare gli operai sui loro diritti".Ma i sindacati sono pochi e spesso ignorati. E la loro voce spesso si perde nel silenzio di un paese al terzo posto delle classifiche internazionali sulla moderna schiavitù, dopo India e Cina.(Immagini Afp)