Cinque anni dopo il grande tsunami dell'11 marzo 2011 che causo' circa 19mila morti, la costa orientale del Giappone settentrionale appare ancora come un immenso cantiere. Il primo “piano quinquennale” per la ricostruzione appare in forte ritardo e nulla lo puo' dimostrare meglio del numero di coloro che vivono ancora in prefabbricati provvisori: esattamente 58.948. Si tratta di alloggi pensati come abitazioni di emergenza per un massimo di due anni, estendibile al limite a tre anni.
Solo a Otsuchi - uno dei Paesi simbolo delle conseguenze dell'onda devastatrice alta fino a 22,2 metri: 1285 tra morti e dispersi, quasi il 10% della popolazione - oggi ci sono 48 complessi per prefabbricati temporanei e l'idea e' quella di ridurli a 12 nell'anno fiscale 2018. Cio' significa che ci sara' qualcuno destinato a stare per una decina d'anni negli alloggi di fortuna. Se a Otsuchi circa 3mila persone - quasi un terzo della popolazione - vive ancora oggi nei prefabbricati, le ragioni sono un po' paradossali: democrazia e diritti di proprieta'. Il sindaco Kozo Hirano e il su assessore all'edilizia, come altri funzionari delle amministrazioni locali, citano questi motivi – sia pure in modo un po' sfumato – per giustificare i ritardi nell'avvio dei cantieri per nuove abitazioni permanenti. Anzitutto, il dibattito e' stato intenso ed estenuante su come e dove ricostruire. Poi e' emersa come un problema enorme la confusione da terzo mondo nei registri della proprieta' immobiliare. Non si tratta solo di documenti perduti o di confini resi poco chiari dalla devastazione naturale: per molti lotti di terreno e' difficile stabilire chi sia il proprietario in quanto spesso non sono state fatte le successioni per evitare le tasse. Poiche' il diritto privato giapponese tutela in modo molto forte la proprieta', e' toccata ai comuni cercare di rintracciare tutti i proprietari o presunti tali, ovunque si trovassero, prima di poter dare il via ai cantieri. La terza ragione che inchioda molti ai prefabbricati sta nell'aumento dei costi per i materiali e nelle carenze di manodopera, provocate anche dalla domanda per le Olimpiadi di Tokyo.