MASHIKI - Sono passati cinque mesi dal terremoto che a meta' aprile ha colpito il Kyushu in aree rurali e collinari con qualche similarità con quelle dell'Italia centrale colpita dal sisma di agosto.
Un viaggio nella provincia di Kumamoto da' la sensazione che anche in Giappone difficolta' burocratiche e altri problemi portino a ritardi nel ritorno alla normalità e a disagi persistenti per molte delle persone colpite. Ma nel Sol levante ci sono anche punti fermi: ad esempio, le strutture pubbliche o aperte a pubblico non crollano.
C'erano state due scosse nel giro di due giorni (14 e 16 aprile) di intensita' sismica 7, la massima nella scala nipponica, anche se di magnitudo non da primato (6,2 e 7), oltre a piu' di 2mila scosse di assestamento (50 i morti, saliti a 95 includendo cause correlate; 2.316 i feriti; danni stimati in 4.600 miliardi di yen, pari a 40 miliardi di euro).
Quando accadono grandi terremoti, in Giappone – anche in Giappone - molti edifici crollano, ma non “certi” edifici. “ Confermo: non abbiamo registrato vittime tra i turisti e ci risulta che nessuno di loro sia stato ricoverato in ospedale”, afferma Makoto Takahashi, general manager della Kyushu Tourism Promotion Organization, che lamenta il crollo delle presenze nei due mesi successive al sisma ma sottolinea i segnali di ripresa del settore, agevolati da iniziative come i coupon di sconto fino al 70% per l'alloggio, le agevolazioni per l'uso delle autostrade e una nuova campagna promozionale.
Sono state comunque 165mila gli edifici danneggiati, di cui 8.135 case praticamente distrutte, in particolare nelle cittadine di Mashiki e Minamiaso. “Quando ho appreso del terremoto in Italia centrale, mi sono sentito vicino a quelle popolazioni piu' ancora di quanto mi sia accaduto in occasione di altri sismi qui in Giappone – dice Takuo Fujioka, capo dipartimento finanza e strategie del comune di Mashiki –. Perche' da noi e' stata la prima volta. E' qualcosa che ti cambia”. La regione colpita era considerata tra le meno esposte a rischio sismico del Giappone: visitandola e constatando i danni, e' difficile sottrarsi all'impressione che – proprio per questo motivo - qualche negligenza ci sia stata nelle attivita' edilizie, specchio di un atteggiamento meno cauto che ha fatto si' che a Kumamoto le case assicurate contro i terremoti siano molto meno della media nazionale. Ma i funzionari pubblici danno risposte diverse. Anzitutto, spiegano, l'intensita' del sisma e' stata massima e molte delle case distrutte sono state costruite prima del 1981, quando entro' in vigore una piu' severa legislazione anti-terremoti. Che in genere viene rispettata, tanto che quando scoppia uno scandalo in proposito la notizia conquista le prime pagine (come l'anno scorso nel caso di Toyo Tire & Rubber, che realizzava materiali edilizi non conformi). In secondo luogo, puo' essersi trattato di un problema non tanto della costruzione in se', ma del terreno, come nel caso di frane su pendii collinari. Guardando lo spettacolo di Mashiki, dove abbondano case accartocciate (nel senso che sembrano fatte di cartone), quasi ci si stupisce che i morti siano stati solo 21. La leggerezza di molte costruzioni (spesso in legno) ha il vantaggio di non “seppellire” l'abitante sotto macerie pesanti in caso di cedimento. Ad ogni modo, sono crollati anche tunnel o ponti su strade nazionali. Molto appare perfettibile anche nel Sol levante: basti pensare che, a 5 mesi di distanza dal sisma, ancora quasi mille persone vivono in centri di evacuazione, (dagli iniziali 183mila sfollati), in attesa dell'ultimazione dei prefabbricati (mentre sono ancora allo stadio preliminare i piani per la costruzione di abitazioni permanenti). E nel Tohoku, a 5 anni e mezzo dallo tsunami del marzo 2011, ancora 45mila persone vivono in strutture provvisorie in cui avrebbero dovuto restare al massimo per due-tre anni.


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