Masakhani, Sudafrica (askanews) - Un paradosso sociale e ambientale che mina l'economia e la salute. In fila indiana, i residenti di Masakhani, nel Sudafrica nord-orientale, si avviano con le loro carriole a ritirare la loro razione gratuita di carbone. Due carichi coprono per una settimana il fabbisogno per le esigenze di riscaldamento e di cucina di una famiglia. Ma gli abitanti di Masakhani vorrebbero disporre dell'energia elettrica prodotta dall'impianto di Duvha, distante poche centinaia di metri dalle loro case."Non riusciamo a capire perché non abbiamo l'elettricità, lamenta una donna che trova ancora la forza di sorridere, quando viviamo dove l'elettricità viene prodotta".In Sudafrica i primi allacciamenti risalgono al 1881 e dalla fine dell'apartheid circa 6 milioni di abitazioni sono state collegate alla rete elettrica. Ma con una struttura ormai obsoleta, malamente controllata e in permanenza sovraccarica, il 15% della case resta ancora senza energia elettrica.A Masakhani solo i più ricchi possono permettersi l'allacciamento ma tutti subiscono gli effetti di vivere a fianco della centrale a carbone."La mia tosse è sempre nera, è carbone, racconta una residente. Quando tossisco troppo devo andare all'ospedale, il petto mi fa davvero male".Il 90% dell'elettricità sudafricana è generata da impianti a carbone e nella secca stagione invernale il terreno, i muri delle case e i mobili di Masakhani si ricoprono di polvere di carbone. Standard più severi per emissioni e qualità dell'aria avrebbero dovuto imporre nuove procedure anche alla centrale di Masakhani. Ma la mancanza di finanziamenti necessari hanno imposto un ritardo nel rispetto dei regolamenti. E l'aria di Masakhani continua a essere avvelenata.(Immagini Afp)