Ankara (askanews) - "Abbiamo visto cose che nessuno vorrebbe mai vedere in tutta la sua vita". Tre giorni dopo la strage di Ankara Bahadir Demircan, 37 anni, pubblicitario di professione e simpatizzante filocurdo fatica a trovare le parole per esprimere l'orrore di cui è stato testimone. Da allora non lascia più l'obitorio dell'ospedale, impegnato nella conta e nel riconoscimento delle vittime.Doveva essere un sabato di dimostrazioni come tanti altri. La piazza davanti alla stazione centrale della capitale turca era il punto di raduno di una marcia della pace organizzata per denunciare la guerra del governo turco contro il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Poi le bombe, due attentati suicidi che lasciando a terra un centinaio di vittime, 97 secondo il governo, 128 secondo le fonti curde."A un tratto, è esplosa la bomba e tutti hanno cercato di scappare. In quel momento è scoppiata la seconda, ricorda Bahadir. Siamo accorsi dove è esplosa la prima bomba. C'erano solo cadaveri, corpi dilaniati, urla di dolore e disperazione. Credevamo che non fosse possibile fare una cosa del genere nel cuore di Ankara. Eravamo ingenui. Non esiste più un solo posto dove non sia possibile. Non potevo andarmene via. Quando ci sono così tanti morti... La gente ha bisogno di noi..."Per il premier turco Ahmet Davutoglu, che deve fare i conti con il più grave attentato della storia turca, il principale indiziato della strage di Ankara è l'Isis, l'organizzazione terroristica islamista a cui apparterrebbero i due attentatori suicidi che si sono fatti saltare in aria davanti alla stazione della capitale turca, facendo esplodere la rabbia contro il governo che non ha saputo garantire la sicurezza.Bahadir grida la sua speranza. Oggi al limite della follia: "Quelli che vogliono la pace hanno lo stesso coraggio di quelli che vogliono la guerra. Possiamo anche morire ma continueremo a volere la pace. Bisogna fermare questa deriva. Non rinunceremo mai ai nostri diritti, alle nostre libertà, al nostra desiderio di uguaglianza".(Immagini Afp)