Catania (TMNews) - Mario Belluomo, l'ingegnere italiano che lo scorso 12 dicembre è stato rapito in Siria ricorda i momenti del sequestro. L'indomani sarebbe dovuto ritornare a San Gregorio dai suoi cari, ma così non è stato:"Ho pensato in quel momento - ha spiegato l'ingegnere a TMNews - che è avvenuto il fatto che non sarei più potuto partire l'indomani perché l'indomani dovevo partire, tornare a casa". "Non ci hanno toccato violentemente, però sono bastate già la presenza del fucile puntato e la ferma espressione di scendere dalla macchina, e camminare lungo il terreno per andare in una certa direzione, per convincerci che dovevamo stare alle loro richieste."I ribelli, racconta l'ingegnere, ci trattavano bene, ma l'uomo per quasi due mesi non è riuscito a parlare con i suoi familiari. E l'angoscia era inevitabile. "Ci avevano fatto capire che a un certo punto, prima di Natale ci avrebbero liberati, poi di giorno in giorno, settimana in settimana, sono passati più di un mese e mezzo, quasi due mesi, in ogni caso il pensiero di Dio, la fiducia nelle persone che ci tenevano che non erano delle persone violente, la cosa sarebbe andata a buon fine".