Damasco (askanews) - Gli scenari geopolitici contemporanei sono sempre più fluidi, all'interno di quella liquidità sottile che caratterizza una società in perpetuo e accelerato divenire. Soprattutto per quanto riguarda il Medioriente. Un esempio lampante di questi scenari in continua evoluzione è il presidente siriano Bashar al-Assad.Sin dall'inizio del conflitto siriano del marzo 2011, sull'onda lunga delle cosiddette e problematiche "primavere arabe", Assad era stato proposto dai media di mezzo mondo, soprattutto nell'emisfero culturale, sociale ed economico "occidentale", e dai leader dell'Islam sunnita, come il mostro da abbattere. Ma per una sorta di levantina eterogenesi dei fini, dopo l'esplodere improvviso della rivolta dei gruppi islamisti dell'Isis, con il suo corteo di efferate e sensazionali atrocità e la conquista di ampie zone di territorio in Siria e in Iraq, il presidente siriano ha visto la sua immagine in deciso rialzo nel listino di Borsa del gradimento internazionale. Per la prima volta in quattro anni, Assad viene considerato un elemento fondamentale nella lotta contro l'estremismo islamista.Quando salì al potere nel 2000, dopo la morte del padre Hafiz al-Assad, si era presentato come un moderno leader riformista amato dal popolo. Tutto destinato a infrangersi quando una rivolta localizzata si trasformò in guerra aperta, grazie all'interessato concorso della potentissima ala sunnita dell'Islam, guidata dall'Arabia Saudita impegnata in una lotta senza quartiere con il contropotere della fazione sciita, coalizzata sotto le bandiere dell'Iran. Una lotta che ha coinvolto i proxy di Riad e Teheran, dagli Emirati del Golfo alla Siria. Con sullo sfondo i padrini ancora più altolocati di Washington e Mosca.Posto di fronte alla sfida, Assad il giovane ha accettato di combattere, sull'esempio del padre, senza mai indietreggiare, come espresso in un'intervista all'Afp del gennaio 2014. "Se la Siria dovesse perdere la battaglia, spiegava il presidente siriano, ciò significherebbe la rapidissima diffusione del caos in tutto il Medioriente. Non si tratta di una lotta circoscritta alla Siria e non si tratta affatto, come dipinto dalla propaganda occidentale, di una rivolta popolare contro un regime che opprime il suo popolo, in nome della democrazia e della libertà".Il blocco occidentale, e alleati vari, ha ripetutamente chiesto ad Assad di sgombrare il campo. Sino a quando sull'orizzonte è spuntato il presunto Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Da allora tutto è cambiato, radicalmente e repentinamente. L'abdicazione di Assad non è più un elemento del quadro di situazione. Come sottolineadopo d Daniel Serwer, professore di gestione dei conflitti alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies. "Oggi come oggi, Bashar Al-Assad non ritiene di avere alcuna concorrenza. Non deve sedersi al tavolo dei negoziati per cercare una soluzione di compromesso perché sta vincendo sul piano militare e non deve fare i conti con una concreta opposizione politica".Resta la Siria, pedone sacrificato e sacrificabile del Grande gioco mediorientale. Oltre 200mila vittime, un paese in ginocchio e distrutto da una feroce guerra civile, dove quasi 12 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case, inclusi i quasi 4 milioni che hanno cercato rifugio nei paesi confinanti.(Immagini Afp)