Nell'attesissimo discorso (approvato dal Gabinetto) in occasione del 70esimo anniversario della fine della guerra, il premier giapponese Shinzo Abe ha utilizzato parole che fino alla vigilia sembravano in dubbio, come “scuse”, “aggressione”, “colonialismo”, in relazione a un passato imperialista che ha causato milioni di vittime ed è finito con Hiroshima e Nagasaki. Tuttavia l'ha fatto in un contesto linguistico sfumato, che non soddisfa affatto i suoi critici in Corea e Cina, oltre che in patria. Chiara, comunque, la posizione contro la guerra in un momento in cui Abe sta pilotando il Paese da un pacifismo passivo a un cosiddetto “pacifismo pro-attivo” con maggiori responsabilità internazionali sul fronte della sicurezza. Dalla sua residenza ufficiale, il Kantei, Abe ha confermato come definitive le precedenti dichiarazioni che esprimevano scuse e rimorso espresse 20 anni fa dall'ex premier Tomiichi Murayama, oggi suo acceso, e 10 anni fa da Junichiro Koizumi. Dal suo punti di vista, Abe è andato un po' più avanti rispetto alle dichiarazioni rilasciate nei precedenti discorsi di quest'anno e non ha mancato di ringraziare i popoli con cui il Giappone fu in guerra per gli sforzi di riconciliazione. Sulla questione delle cosiddette “donne conforto” costrette a prostituirsi ai militari nipponici, Abe ha però fatto solo un riferimento generico, il che ha tritato parecchio l'opinione pubblica coreana. Nella successiva conferenza stampa ha chiarito che le nuove controverse leggi sulla “difesa collettiva” non sono dettate da timori verso alcun singolo Paese.