Mosca (askanews) - Vladimir Putin lo aveva promesso. Dopo l'abbattimento del bombardiere SU-24 russo da parte turca, intendeva inchiodare Recep Tayyp Erdogan con prove "inconfutabili" sul presunto traffico di petrolio tra l'Isis e l'elite turca.Ed ecco nella stanza dei bottoni a Mosca, il Ministero della Difesa ha chiamato la stampa internazionale e gli addetti militari di tutte le ambasciate nella capitale russa, comprese quelle dei Paesi Nato. Lo scopo era dimostrare ciò che è stato definito dal vice ministro Anatoly Antonov "un business di famiglia per gli Erdogan". In un'aula bunker sono state mostrate riprese dai droni, sul confine turco-siriano, dove si vedono sino a 3200 autocontainer impegnati nel traffico di oro nero."Il principale consumatore del petrolio rubato ai legittimi proprietari, Siria e Iraq, è la Turchia. In base alle informazioni disponibili, il massimo livello della leadership politica del Paese, il presidente Erdogan e la sua famiglia sono coinvolti in questa attività criminale" ha detto il vice ministro Anatoly Antonov.Dalle tre vie individuate dalla Difesa russa, lungo la quali viene convogliato verso la Turchia il petrolio rubato in Siria e Iraq dall'Isis, passano 200mila barili al giorno, un quantitativo dal quale i jihadisti ricavano due miliardi di dollari l'anno. Particolarmente impressionanti sono state considerate le riprese risalenti al 14 novembre scorso, che nella zona di Silopi mostrerebbero un enorme parcheggio di autocontainer pronti a partire. E secondo Mosca è "difficile non accorgersene"."Oggi stiamo presentando solo una parte delle prove inconfutabili in nostro possesso, che dimostrano che gruppi di banditi insieme alle elite turche operano nella zona per rubare il petrolio ai loro vicini" ha concluso Antonov.