Roma (TMNews) - Roberto Scaini, medico, è uno dei circa 20 operatori italiani che lavorano per Medici senza Frontiere contro il virus di Ebola, che ha causato la morte di 3500 persone dallo scorso marzo. Scaini è stato in prima linea a curare i malati in isolamento nel centro di cura di Msf di Monrovia, in Liberia, uno dei paesi più colpiti dall'epidemia.Per aiutare i medici che come Roberto combattono in prima linea contro l'epidemia di Ebola, si può donare a Medici senza Frontiere, sul sito www.msf.it"Le giornate cominciano alle 7 di mattina con i briefing in cui decidiamo ad esempio quanti pazienti potremo accogliere quel giorno nel centro. Quando finiscono in realtà non lo sappiamo mai, sono interminabili ore", spiega Scaini. Il lavoro con i pazienti in isolamento è reso particolarmente pesante dalla necessità di indossare tute protettive che, dato il calore, non si possono indossare "per più di un'ora di seguito"."Attualmente a Monrovia siamo a quasi 240 posti letto in isolamento e nei prossimi giorni arriveremo al massimo della nostra capacità che è di 400 posti letto", ma "nonostante il centro sia oggi il più grande mai costruito per il trattamento dell'Ebola, è ancora del tutto insufficiente per quelle che sono le necessità". "Il numero dei contagiati aumenta sempre di più e siamo costretti di fatto a mandare indietro pazienti perché superano di gran lunga il numero di posti letto disponibili"."Le tute protettive creano spesso un ostacolo con i pazienti", ed è qui che, secondo Roberto, si deve "mettere in campo l'umanità che contraddistingue la nostra azione come Medici senza Frontiere. "Può anche essere semplicemente scrivere il nostro nome sul cappuccio o disegnare uno smile che diventa un modo per mettere anche un po' di ironia nel dramma, di gioco in una situazione difficile e creare una forte empatia con i pazienti. Tutto questo diventa difficile quando vediamo che c'è un paziente che sta migliorando, e accanto un altro che sta morendo o è già morto: la situazione diventa a volte quasi surreale nella sua drammaticità". Con i bambini, "quelli che soffrono di più per questa situazione", Roberto spiega che il gioco è battere il cinque con il pugno teso e poi portarselo al cuore. "E' un po' il loro segno di speranza: vuol dire 'sto migliorando, le cose vanno bene': guai se mi dimenticavo di battergli il cinque".