Roma, (askanews) - Libero, dopo quasi mille giorni di prigionia nelle carceri della Guinea Equatoriale. Roberto Berardi a Roma nella sede di Amnesty international ha raccontato il suo calvario. L'imprenditore italiano era socio d'affari in un'impresa di costruzione assieme al figlio maggiore del presidente Obiang. E' finito in carcere dopo aver denunciato un ammanco di milioni di dollari. Messo a tacere, torturato, liberato solo dopo un lungo lavoro diplomatico, con 32 chili in meno."Sto recuperando, la gioia che sto vivendo è la miglior medicina. Riprendo gli equilibri.Maltrattamenti ne ho subito tanti. Ho cercato anche di renderli meno appariscenti anche per non far soffrire la mia famiglia" Il caso Berardi ha messo in evidenza i metodi del regime della Guinea, e i trasferimenti di fondi tramite conti paralleli verso banche di altri paesi, milioni di dollari frutto del petrolio sottratti al popolo della Guinea. Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International."In quelle carceri ci sono ancora alcuni italiani, altri stranieri e e soprattutto molti cittadini locali. La Guinea è retta da un regime che viola sistematicamente i diritti umani, è una delle purtroppo numerose dittature dimenticate".Berardi sente il dovere di testimonianare anche per altri italiani tuttora detenuti nel paese dell'Africa centrale: "Purtroppo partendo da lì ho lasciato all'interno della stessa istituzione penitenziaria tre persone, Fabio Galassi, suo figlio Filippo e un terzo ragazzo, Daniel. Sono stati presi senza nessuna procedura e sono preoccupato per il loro stato di salute. Non mi è sembrato di vederli malissimo ma il tempo gioca un ruolo importante perché a livello medicine e a livello alimentare è difficilissimo".