Palermo (askanews) - Si stringe sempre di più il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro. La polizia di Palermo e personale del Ros dei carabinieri, coordinati dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, hanno eseguito undici arresti, tutti presunti fiancheggiatori del boss di Cosa Nostra latitante.In manette sono finiti esponenti di vertice delle cosche trapanesi, che secondo le indagini garantivano un sistema di comunicazione per ricevere gli ordini del capo.Tra i "nodi" principali della rete vi erano Vito Gondola, anziano capomandamento di Mazara del Vallo e Pietro Giambalvo, di Santa Ninfa. Il metodo di comunicazione è sempre quello storico dei pizzini: un sistema che si avvaleva dell'apporto di insospettabili che si incontravano in luoghi isolati delle campagne trapanesi. La trasmissione della corrispondenza avveniva ogni 3 mesi e una volta esaurita si procedeva all'immediata distruzione dei pizzini.Secondo il procuratore aggiunto di Palermo, Teresa Principato, non c'è dubbio che Messina Denaro abbia protezioni importanti se fino a oggi è riuscito a sfuggire alla cattura: "Non è possibile che dopo un lavoro costante e massacrante sul territorio lui continui questa sua latitanza", ha spiegatoSecondo Renato Cortese, capo dello Sco, Messina Denaro "ha ancora in mano Cosa nostra trapanese", nonostante la latitanza di oltre 23 anni: "Può trovarsi dappertutto, la regola in Sicilia è che più importante è il latitante più deve dimostrare di saper fare il latitante a casa propria. Se facciamo terra bruciata può darsi che si defili dal territorio, ma questa sarebbe una debolezza", ha concluso.