Bengasi, Libia (askanews) - Quattro anni fa, il 17 febbraio del 2011 a Bengasi, in Libia, cominciavano le prime dimostrazioni di protesta che avrebbe condotto al crollo del regime di Muhammar Gheddafi, per quarantadue anni vertice assoluto dello Stato nordafricano.Con il crollo della dittatura, un tassello del mosaico di "primavere arabe" perfettamente sincronizzato, il popolo libico guardava al ricco Dubai, emirato del Golfo in pieno sviluppo economico, come modello da seguire e possibilmente replicare. Oggi nello sguardo dei libici si riflette lo spettro di uno "Stato fallito" modello Somalia.La Libia infatti è in preda al caos, vittima di diverse milizie regionali mentre stanno facendosi sempre più strada i gruppi armati dell'Isis. Scenari molto lontani da quel 23 ottobre 2011 quando, tre giorni dopo la morte del dittatore libico in un selvaggio linciaggio, il governo di transizione aveva annunciato la totale liberazione del paese dopo otto mesi di guerra civile e di raid aerei delle potenze occidentali, intervenute a fianco dei ribelli.Oggi nessuno celebrerà l'anniversario di quelle dimostrazioni che innescarono il cambio di regime, anche se la data è diventata festa nazionale. In un paese con due governi, uno riconosciuto a livello internazionale e l'altro autoproclamato, la guerra civile tormentata di nuovo Bengasi e la Libia occidentale. Tanto che molti cominciano a rimpiangere la stabilità forzosa dei tempi di Gheddafi, nonostante l'odio per la dittatura.D'altra parte, il bagno di sangue degli ultimi tre anni è stato più sanguinoso della rivolta che ha rovesciato il Rais. A causa dell'anarchia in cui prosperano e proliferano le milizie armate. Anche perché queste bande sono state la soluzione scelta dalle autorità per sostituire le forze armate e di polizia del passato regime, bande formate da ex ribelli sulla base di legami ideologici, tribali, regionali o persino criminali che poco o nulla hanno che fare con le esigenze e gli scopi di un governo centrale.(Immagini Afp)