Beirut (askanews) - Per certi versi è stata la madre di tutte le guerre civili mediorientali. Il conflitto che lacerò la fragile società libanese tra il 1975 ed il 1990 provocò la morte di oltre 150mila persone e quasi 20mila desaparecidos in una drammatica girandola infernale di attentati, ritorsioni, rapimenti e battaglie urbane con l'intervento diretto di potenze straniere, eserciti occidentali, milizie armate e gruppi terroristici. Il tutto in un vortice di alleanze dove tutti combattevano tutti e tutti facevano accordi con tutti, intese destinate a volte a durare lo spazio di un mattino.Le dighe si ruppero improvvisamente il 13 aprile 1975, scatenando l'inferno. Sullo sfondo, l'esodo massiccio dei profughi palestinesi e dei guerriglieri palestinesi dell'Olp, cacciata dall'esercito di re Husseyn di Giordania. Da un lato, i cristiani, minacciati dall'alterata proporzione tra la loro comunità e quella musulmana, dall'altro i musulmani, sostenuti inizialmente dalla Siria e dall'Iran, dopo il 1979. Le milizie composte da cristiani maroniti si scontravano con una coalizione di palestinesi alleati a libanesi musulmani sunniti, sciiti e drusi. Il Libano si trasformò in un campo di battaglia su cui si scatenò più volte la rappresaglia israeliana.40 anni dopo, le famiglie delle migliaia di scomparsi devono ancora fare i conti con gli spettri e le ferite mai rimarginate di quella guerra. "Vogliamo sapere quale è stato il loro destino, vogliamo una tomba dove poter deporre dei fiori", spiega Wadad Halawani, presidente del Comitato delle famiglie dei rapiti e degli scomparsi."Quelli che hanno sepolto i loro figli sono riusciti a piangere per loro. A noi è stato impedito", racconta Mariam Saidi, il cui figlio Maher, di 15 anni, scomparve nel 1982 mentre stava combattendo nei pressi di Beirut. "La nostra è una battaglia che non si può fermare" ribadisce ostinata. Più disperata che convinta.(Immagini Afp)