C'e' una “Japan Connection” nella parabola che ha portato alla caduta di Kim Jong Nam, il fratello maggiore - assassinato in Malaysia - del leader nordcoreano Kim Jong Un. E non solo perche' fu il suo arresto a Tokyo nel 2001 a fargli perdere definitivamente il favore del padre Kim Jong Il eliminandolo come potenziale candidato alla successione al vertice del regime (fu beccato all'aeroporto di Narita con passaporto dominicano falso e disse di volersi recare a Tokyo Disneyland). Kim Jong Nam ha intrattenuto rapporti per sette anni con un giornalista giapponese, che pubblico' articoli e poi un libro su di lui, contenenti critiche al regime e alle sue stesse caratteristiche “dinastiche”. Yoji Gomi, redattore del Tokyo Shimbun e' autore del libro “Io e mio padre Kim Jong Il: le confessioni esclusive di Kim Jong Nam” (2012). Kim Jong Nam, nell'ultimo contatto e-mail avuto con Gomi nel 2012, aveva chiesto di rinviarne la pubblicazione. Ma il padre Kim Jong Il era morto da poco e la logica giornalistico-editoriale prevalse. Secondo i servizi segreti sudcoreani, un primo tentativo di assassinio avvenne proprio nel 2012. Gomi racconta che il primo incontro avvenne per caso all'aeroporto di Pechino nel 2004. Da allora inizio' una serie di contatti durata 7 anni, con alcuni incontri in Cina e Macao e un totale di circa 150 email. In Giappone e' venuto almeno 5 volte. Su quale lavoro facesse, non ha mai risposto chiaramente, “a parte l'accenno che si occupava di investimenti”. Sapeva farsi intendere in varie lingue, con una ottima padronanza del francese (piu' inglese e russo) e con un giapponese da conversazione. Particolare impressionante: Kim Jong Nam disse al giornalista giapponese di non aver mai incontrato il fratello (per parte di padre) Kim Jong Un. Sospettato di averlo fatto ammazzare.
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