Washington (TMNews) - Sono passati 50 anni dal giorno che, secondo molti commentatori, cambiò l'America. Il 22 novembre 1963 a Dallas l'assassino del presidente John Fitzgerald Kennedy segnò, a livello di massa, la drammatica fine del sogno di Camelot, ma anche dell'innocenza degli Stati Uniti, Paese che dopo la vittoria nella Seconda Guerra mondiale aveva consolidato il proprio mito come luogo dove perseguire la felicità. Per questo quel giorno resta indelebile nella memoria di chi lo ha vissuto."Andavo alle scuole superiori - ricorda un uomo - e stavo seguendo una lezione di giornalismo e fu incredibile come tutti ci mettemmo subito a piangere, perché lui era per noi una specie di eroe". "All'inizio - racconta un'altra signora - la gente era scioccata, poi abbiamo cominciato a piangere e ad abbracciarci, perché avevano ucciso il nostro presidente e la nostra nazione era in pericolo. E' stato un momento molto triste della nostra storia".Storia che Kennedy ha segnato in maniera che oggi gli studiosi ritengono in parte contraddittoria ma con alcuni meriti riconosciuti anche da chi non era kennediano, come il filosofo della politica Michael Walzer, che cita l'avere evitato la guerra nucleare e la volontà di disimpegnarsi dalla guerra in Vietnam. L'omicidio di JFK, però, è anche uno dei temi preferiti dai sostenitori delle teorie del complotto e anche 50 anni dopo le immagini di Dallas sono negli occhi di tutti, ma ciascuno, in fondo le vede a modo proprio. Come del resto è giusto che accada con le mitologie popolari.