Roma, (askanews) - L'alzabandiera. Un saluto ai martiri. E slogan che inneggiano alla loro città: Kobane. Così, ogni mattina donne, bambini e anziani curdo-siriani rifugiati nei villaggi e nei campi profughi turchi ricordano i figli e i fratelli rimasti a Kobane, al di là della frontiera, decisi a combattere fino alla fine a difesa della loro città assediata dal 16 settembre dai jihadisti dello Stato islamico.Askanews, di ritorno da Kobane, in territorio turco ha passato una giornata tra i rifugiati a Suruc, città curda turca al confine con la Siria.Nell'intera provincia turca di Salinurfa ci sono 118.000 rifugiati distribuiti in 9 campi. Acqua, corrente elettrica, una stufetta per ogni tenda oltre a tre pasti al giorno sono garantiti.Il 4 dicembre siamo entrati nel campo che porta il nome della città sotto assedio e che ospita 1.500 persone, per metà anziani e donne. Gli altri sono bambini.La gente non sembra rassegnata. Sorrisi, canti e dita alzate a fare il segno della vittoria: i bambini mostrano la stessa determinazione dei loro genitori che a Kobane oppongono una fiera ed eroica resistenza all'armata nera del Califfo al Baghdadi. In ogni campo c'è una tenda adibita a scuola. Nel campo "Kobane" le lezioni sono garantite per 300 bambini. Nel dopo scuola i ragazzini giocano a fare la guerra, inscenano quello che è realtà solo pochi chilometri più in là.E qui vengono sepolti i caduti. Ai funerali, in prima fila le mamme che piangono così i loro figli: "Il martire non muore mai"; "viva Kobane".