Milano, 19 giu. (askanews) - 23mila; è questo il numero di rifugiati siriani fuggiti attraverso il valico da Tal Abyad, a Nord di Raqqa al confine con la Turchia per scappare dal dramma dei combattimenti tra lo Stato islamico e le milizie curde e che ora attendono, invano, di poter tornare a casa. Si sono lasciati alle spalle il sangue e la disperazione ma lottano ancora per la sopravvivenza.Mahmoud e la sua famiglia hanno dormito in questo parco, all'addiaccio, per oltre una settimana. "Qui ci sono i miei figli - spiega, commosso - sono seduti per terra, non abbiamo nient'altro. Ci hanno portato qualche coperta ma nulla di più".Alcune centinaia di siriani sono riuscite a tornare a casa, non appena le condizioni di sicurezza sono state ristabilite ma buona parte dei rifugiati sono ancora trattenuti in Turchia."Mi chiedo se Bashar al-Assad ci vede - dice questo giovane profugo che ha appena ritirato del cibo dei volontari - mi chiedo se vede cosa e come mangiamo, che dormiamo per strada. Che Dio lo maledica. La gente, i bambini, nessuno avrebbe nullA da mangiare se non fosse per questi volontari"."Sono rimasta qui seduta per ore, dalle 7 del mattino - aggiunge questa donna - siamo qui in attesa da giorni; non abbiamo u tetto sotto cui dormire e non abbiamo un soldo".Un portavoce delle milizie curde YPG (Unità di protezione del popolo) ha fatto sapere che la Turchia non ha chiuso la frontiera ma i miliziani preferiscono aspettare fino a lunedì prima di permettere ai profughi di rientrare, in modo da bonificare il terreno da eventuali mine inesplose.La Turchia, che finora ha dato ospitalità a quasi due milioni di rifugiati, lamenta di essere stata lasciata sola a gestire l'emergenza. Ma lo stesso governo di Ankara è stato accusato di non aver vigilato abbastanza sul transito di combattenti attraverso i propri confini, accuse che, tuttavia, la Turchia ha rispedito con veemenza al mittente.La crisi in Siria è stata anche al centro di un vertice straordinario tra il presidente turco Erdogan, il ministro degli Esteri Cavusoglu e il capo dell'agenzia di aiuti umanitari, Fuat Oktay.