Delhi, (TMNews) - Sunita aveva 15 anni quando, il primo giorno del 2013, un gruppo di ragazzi la rapì e violentò nel villaggio vicino a Delhi dove viveva. Poche settimane prima una ragazza era stata stuprata a morte in un autobus nella capitale: un caso che attirò l'attenzione del mondo e scatenò proteste di piazza. Anche il caso di Sunita ha avuto un epilogo tragico: sei mesi dopo lo stupro, quando si accorse che le denunce alla polizia andavano a vuoto, vittima dello scherno dei vicini, la ragazza si diede fuoco e morì. Un anno dopo la madre lotta ancora per avere giustizia: solo due dei sei stupratori sono in carcere. "Se il caso di mia figlia avesse scatenato la stessa reazione del famoso stupro di Delhi lei avrebbe avuto giustizia: ma non è accaduto, un caso è stato in città, l'altro in un paese. È diverso, ma una ragazza è una ragazza, da qualsiasi luogo provenga, e tutte dovrebbero avere giustizia" dice. Dopo le proteste le misure contro gli abusi sessuali sono state inasprite, la polizia ha promesso che avrebbe affrontato i casi in modo diverso. Ma gli esperti, come la direttrice del centro di ricerche sociali Ranjana Kumari, dicono che per le vittime è cambiato poco: "Non ci sono molte differenze in termini di responsabilità dei giudici o rafforzamento della legge, l'approccio resta lacunoso. Hanno promesso più donne nella polizia, una per stazione, ma fuori da Delhi la situazione è rimasta la stessa" spiega. Nella capitale indiana il numero di violenze è triplicato in un anno: casi clamorosi come lo stupro di gruppo di una fotogiornalista a Mumbai fanno aumentare la consapevolezza dell'opinione pubblica e delle donne rispetto ai propri diritti, ma per molte vittime la denuncia spesso è il primo passo di un nuovo calvario.(immagini Afp)