Milano (askanews) - I 43 studenti scomparsi in Messico il 26 settembre sono stati uccisi; i loro corpi sono stati bruciati e poi gettati nel fiume. La tragica soluzione del mistero che ha indignato l'intero Paese scatenando manifestazioni e proteste è arrivata grazie alla confessione di tre sicari. Secondo quanto riferito dal ministro della Giustizia, Jesus Murillo Karam gli studenti, tutti 20enni, sono stati fermati nella città di Iguala mentre viaggiavano a bordo di alcuni autobus da agenti corrotti che li hanno consegnati a membri del cartello dei "Guerreros unidos". Poi sono stati portati in una discarica dove alcuni di loro sono arrivati già morti per asfissia; gli altri sono stati interrogati e poi uccisi.Il presidente Enrique Pena Neto ha assicurato che sarà fatta giustizia, "I risultati dell'inchiesta indignano e offendono tutta la società messicana. Con ferma determinazione il governo continuerà a sforzarsi per far luce sul fatto". E resta molto da chiarire sul perché di questo omicidio di massa: per ora sotto accusa ci sono l'ex sindaco di Iguala e la moglie, sorella di tre narcotrafficanti, che temevano contestazioni da parte degli studenti.(Immagini Afp)