Pokr Vedi, Armenia (askanews) - Tappeti tessuti a mano e qualche posata in legno. È quanto resta a ricordo materiale di Martiros Muradian, uno dei sopravvissuti al genocidio armeno del 1915, ma per i suoi discendenti si tratta quasi di reliquie, quelle di un uomo che ha dovuto fuggire dal suo paese un secolo fa per non finire tra le statistiche di morte della prima campagna sistematica di pulizia etnica del XX secolo.I colori dei tappeti sbiadiscono, le posate sono logorate dall'usura del tempo. Ma la memoria degli eredi è ancora viva, trasmessa da un secolo, generazione dopo generazione, da quanti di quella tragedia hanno dovuto sopportare le conseguenze.Martiros Muradian giunse a Pokr Vedi, in Armenia, proveniente dall'Iraq. Si sposò ed ebbe cinque figli. E non ha mai smesso di raccontare come avrebbe voluto tornare al suo villaggio natale, baciando la terra per celebrare il ritorno a casa."Verso sera, ricorda il figlio di Martiros, tutti i bambini avevano l'abitudine di riunirsi davanti alla casa per ascoltare, a bocca aperta i racconti del nonno che spiegava come alcuni armeni fossero riusciti a scampare ai massacri. Rammentava le loro difficoltà e com'era riuscito ad arrivare in Armenia per costruirsi una casa e un futuro".Le stragi, costate nel 1915 la vita a centinaia di migliaia di armeni, restano una ferita indelebile."Il genocidio è una pagina molto sensibile per ogni armeno, sottolinea Khachatur Gasparian, storico armeno. Il giorno dell'anniversario, tutta la nazione si riunisce, a prescindere dall'età o dal censo. È un trauma che ci accomuna. Un trauma che deve ancora guarire, che si trasmette di generazione in generazione".Gli armeni ritengono che un milione e mezzo dei loro siano stati massacrati sistematicamente dalle truppe dell'esercito ottomano. La Turchia moderna, erede di quel passato, dichiara invece che non si è trattato di genocidio bensì di una guerra civile, aggravata da una carestia, nella quale tra i 300 e i 500mila armeni e altrettanti turchi hanno trovato la morte.(Immagini Afp)