Idomeni, Grecia (askanews) - Un esodo biblico, drammatico, inarrestabile. La guerra civile che devasta da quattro anni la Siria ha prodotto un flusso di profughi che si è imposto di attraversare l'Egeo, la Grecia e i Balcani per raggiungere finalmente l'Ungheria, una porta d'accesso all'Europa che si va restringendo sempre più. Come in un incubo, un film dell'orrore, ansiogeno e terribile.Se l'odissea è un dramma per tutti, per i mutilati si trasforma in un calvario. Khaled, 20 anni, è un rifugiato approdato in qualche modo a Idomeni, in Grecia. Nella sua anagrafe tormentata coniuga due tragedie, quella dei palestinesi di sempre e quella dei siriani di oggi. Giocava a calcio, Khaled. Poi, un giorno, mentre era seduto nel giardino di casa sua il fischio lacerante di una bomba piovuta dal cielo. Ora è un amputato siriano-palestinese, uno dei tanti, che arranca sulle stampelle verso un destino che vorrebbe diverso."Faccio molta più fatica degli altri, di quelli che possono camminare senza problemi, spiega Khaled. Loro possono correre, se necessario. Io devo trascinarmi con la mia protesi, sulle stampelle... Spesso la protesi si stacca a causa degli sforzi cui la sottopongo. E allora ruzzolo a terra...".Khaled chiede una via di espatrio più sicura perché, ricorda, tra i profughi ci sono tante persone come lui. Feriti di guerra e dalla guerra che hanno bisogno di cure. Una scelta forzata."Non sono venuto fin qui perché lo desideravo, sottolinea Abu Mohammad, 74 anni, profugo di Deir Ezzor, una delle mille località martiri della Siria. Nessuno di quelli che vedete qui è venuto fin qui di sua volontà".(Immagini Afp)