Milano (TMNews) - Un conflitto tra tradizione e modernità, negli echi di un Islam originario, violato dalle incursioni di audaci esploratori, laboratorio esistenziale per poeti in cerca di una redditizia maledizione.Harar, una cittadina antica nell'Etiopia orientale, sulla cima di un monte a quasi 1.900 metri a 500 chilometri dal Addis Abeba. Dal 2004 è nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'Unesco. Considerata la quarta città santa dell'Islam, dopo La Mecca, Medina e Gerusalemme, conta 82 moschee, tre delle quali risalgono al X secolo.L'esploratore britannico Richard Burton nel 1854 fu uno dei primi stranieri a entrare oltre le mura proibite della città, travestito da commerciante musulmano con la faccia annerita da una tintura.Per secoli importante centro commerciale, collegata al Corno d'Africa e alla Penisola araba, tre decenni dopo Burton il poeta francese Arthur Rimbaud ne fece la sede dei suo commerci legali, il caffè, e illegali, avorio e armi.Oggi Harar, dietro la sua cinta fortificata, cerca di difendersi da una modernità invasiva grazie a una generazione gelosa delle tradizioni. Come spiega Abdela Sherif, proprietario del museo cittadino."La globalizzazione non la puoi fermare e nemmeno pensare che tutti i cambiamenti siano negativi. Ma la cultura, la religione, la cultura e la religione di Harar, sopravviveranno sempre".In questa lotta nascono contaminazioni inattese. Amir Redwan ha creato una pagina Facebook per insegnare ai giovani di Harar la loro eredità culturale."Solo gli abitanti di questa città possono rendersi conto di quanto possono perdere. Dipende da loro, dipende da tutti noi, mantenere viva la nostra eredità con tutto quello di cui possiamo disporre". Tramutando, se necessario, il veleno in farmaco.(Immagini Afp)