Milano (askanews) - Imprigionati, picchiati, privati del sonno, costretti per anni a lavorare in mezzo al mare lontano da ogni controllo. Un'inchiesta di Greenpeace ha fatto emergere le terribili condizioni di vita dei pescatori thailandesi costretti ad un lavoro massacrante per prendere il pesce che finisce sulle tavole del resto del mondo."I trafficanti ci chiamavano 'palloni da calcio', per farci capire che eravamo sotto i loro piedi e potevamo essere spediti ovunque con un calcio, ma non potevamo andare da nessuna parte da soli", raccontano, nelle interviste raccolte da Greenpeace nell'Isola di Ambon, in Indonesia, cuore del rapporto "Quella sporca filiera".Un'inchiesta di Associated press nei mesi scorsi aveva svelato il funzionamento della filiera, registrando anche il passaggio su varie navi frigorifero del pesce, acquistato anche da un fornitore diretto di Thai Union, il più grande produttore al mondo di tonno in scatola, proprietario del marchio italiano Mareblu. Thai Union ha immediatamente rotto le relazioni col fornitore coinvolto, ma Greenpeace chiede che il gigante del settore investa in una pesca equa e sostenibile e sviluppi precisi protocolli per escludere ogni tipo di violazione dei diritti dei lavoratori.