Mosca (TMNews) - La Russia al tempo di Putin è un Paese che in occidente facciamo ancora fatica a decifrare del tutto, con il suo mix di retorica democratica e pratiche repressive. Queste ultime, in particolare, colpiscono le associazioni che si battono per i diritti umani. Tanya Lokshina è il direttore di Human Rights Watch in Russia e le minacce, rivolte addirittura al bambino che ancora ha in grembo, sono arrivate direttamente sul suo cellulare. Minacce che non sono isolate, ma ultimamente, racconta la donna, si ripetono con inquietante costanza, anche quattro volte al giorno.Le condizioni di lavoro dei gruppi per i diritti umani sono molto peggiorate in seguito a una nuova legge che impone alle associazioni internazionali di registrarsi ufficialmente e dichiararsi "agenti stranieri". Anche se, come nel caso della signora Lyudmila Alekseeva, che si batte per i diritti civili dai tempi dell'Unione Sovietica, stiamo parlando di una cittadina russa."Non sono certo un agente straniero - spiega Alekseeva - perché io lavoro per i cittadini russi e la loro libertà".Anche la scelta del termine, "agente straniero", non è casuale e affonda nella propaganda sovietica: negli anni Sessanta veniva usato per definire persone pericolose, come nel caso del film "Crociera di lusso per un matto", commedia sovietica che associava l'occidente al malaffare vizioso.E dunque ecco che anche nella Russia capitalista di oggi tornano in voga le terminologie dei tempi del comunismo. Del resto lo stesso Vladimir Putin, formato alla scuola del Kgb, non ha mai negato per lo meno un rimpianto per i tempi sovietici. E a farne le spese sono le organizzazioni internazionali.