Le Bourget, (askanews) - Delegazioni al lavoro a pieni giri alla COP21, la conferenza mondiale sul clima chiamata al raggiungimento di un accordo globale che rallenti almeno la crescita della febbre della Terra causa emissioni di gas serra, non più di 2 gradi rispetto all'era pre-industriale entro fine secolo. La strada non è semplice, come ha riconosciuto alla vigilia della dead line per la presentazione della bozza finale lo stesso presidente francese Hollande, ma la collaborazione tra le parti resiste anche alle difficoltà di un negoziato chiamato comunque a produrre un testo di reale salvaguardia del pianeta. Il necessario spirito di condivisione della responsabilità c'è, come confermato dallo stesso sottosegretario di stato degli Stati Uniti John Kerry, spirito che deve avere anche profonde e salde radici etiche e morali, oltre il semplice conteggio di chi deve dare e di quanto si debba ricevere per dire di sì. Spirito richiamato a ridosso del round finale di negoziazione anche dal ministro dell'ambiente Gian Luca Galletti:"La discussione sta dimostrando grande disponibilità da tutti i paesi, sicuramente c'è da parte dell'Europa e da parte dell'Italia, ma anche per la prima volta da parte di paesi che fino ad oggi non si volevano impegnare in campo ambientale, penso agli Stati Uniti. Non è solo questione di numeri". Tecnicamente i temi aperti per la costruzione di una piattaforma finale soddisfacente per i paesi più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici e accettata dai paesi sviluppati non sono comunque pochi: innanzitutto c'è la negoziazione proprio sul livello di temperatura limite da accettare, inclusa l'opzione del grado e mezzo. Poi l'obiettivo di lungo termine di riduzione delle emissioni ed il meccanismo di controllo, monitoraggio ed efficacia dei contributi volontari, oltre agli aspetti finanziari, cioè la dimensione dei finanziamenti che i Paesi industrializzati devono mettere a disposizione dei Paesi piu poveri per limitare il cambiamento climatico.Infine per quanto riguarda l'adattamento, si discute se bisogna considerare a parte, in maniera specifica, i cosiddetti "loss and damage" causati dalle catastrofi naturali legate ai cambiamenti climatici con una compensazione economica da parte dei Paesi industrializzati che hanno una responsabilita storica e dell'eventuale status di rifugiato climatico.