Los Angeles (TMNews) - Silvia ha lasciato il Messico per gli Stati Uniti più di 20 anni fa. Clandestina, senza documenti, ha sempre lavorato e ha avuto tre figli in California. Denunciata da una collega dell'albergo dove lavorava, ha atteso cinque anni per il verdetto finale. E sulla sua vita è piombato un macigno. "Dieci minuti fa l'ufficio immigrazione mi ha detto che avevo esaurito ogni possibilità di ricorso. Mi hanno dato due settimane per andarmene".E su questa spiaggia che nel 1992 erano sbarcati Silvia e suo marito. All'epoca la frontiera era meno sorvegliata. Non c'erano muri e le pattuglie erano poche."L'unica cosa che ho detto alla polizia, ricorda tra le lacrime, è che tutto quello che abbiamo ce lo siamo guadagnati onestamente e con il sudore della fronte".Nella situazione di Silvia ci sono oltre 11 milioni di persone che lavorano negli Usa con la spada di Damocle quotidiana di un rimpatrio forzato. Eppure l'economia americana dipende anche da questi lavoratori, sottopagati perché ricattabili, come spiega Hiroshi Motomura, esperto di immigrazione e di diritto del lavoro."È un sistema piuttosto perverso che consente di vivere senza documenti, per disporre di una manodopera usa e getta. Vivono qui per anni, fanno figli, lavorano e pagano le tasse sino a quando un bel giorno si decide di applicare severamente la legge".Regole applicate alla lettera dall'amministrazione Obama, sempre timorosa di essere accusata di debolezza nei confronti dell'immigrazione dall'opposizione repubblicana.Ora Silvia si sistemerà a Tijuana, a qualche minuto dalla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Ritroverà il marito che non vede da tre anni. Quando anche lui era stato espulso dal grande sogno americano.(Immagini Afp)