Istanbul (askanews) - L'immagine oggi forse più emblematica del golpe turco, durato la spazio di un mattino, mal coordinato, sconnesso e in apparenza velleitario e sulle cui origini si stanno versando fiumi d'inchiostro, appare la resa di massa, in diretta televisiva, di un centinaio di soldati ribelli che nella notte della rivolta il 15 luglio avevano assunto il controllo dei ponti sospesi che collegano Istanbul al Bosforo. Nello stesso momento, a quanto riferisce la presidenza turca, caccia F-16 lealisti hanno bombardato carri armati putschisti schierati nei pressi del palazzo presidenziale ad Ankara.

La situazione resta comunque fluida e carica di tensione. Mentre i sostenitori di Erdogan manifestano in massa nelle piazze, quasi 6.000 militari sono stati posti agli arresti in fortezza mentre oltre 3.000 mandati di cattura sono stati spiccati contro altrettanti magistrati considerati collusi con il tentato colpo di Stato che secondo l'ultimo bilancio ufficiale avrebbe provocato almeno 290 morti, tra cui un centinaio di rivoltosi.

Mentre il presidente turco Recep Erdogan ha dichiarato che a seguito del fallito golpe il governo discuterà con l'opposizione la questione della reintroduzione della pena di morte in Turchia, il regime ha cominciato le cerimonie funebri di coloro che ha proclamato martiri, sacrificatisi per fermare la rivolta militare.

Erdogan, personaggio sempre molto freddo e controllato, non è riuscito a frenare l'emozione nel corso dell'elogio funebre di un suo carissimo amico, Erol Olçak, ucciso con il figlio sedicenne dai militari mentre manifestava su un ponte sul Bosforo. La cerimonia è stata trasmessa in diretta da una moschea sulla sponda asiatica di Istanbul.

Appena ripresosi, Erdogan si è nuovamente scagliato contro la sua bestia nera Fethullah Gulen, ex sodale del capo dello Stato turco, oggi in esilio negli Stati Uniti e accusato di essere l'ispiratore del golpe.

A conferma di una situazione ancora non completamente sotto controllo, sono stati segnalati scontri all'interno delle forze armate nella base aerea di Konya, nella Turchia centrale, una delle più importanti del paese a causa della resistenza all'arresto da parte di alcuni militari coinvolti nella rivolta. L'agenzia statale Anadolu ha successivamente chiarito che il focolaio ribelle ha stato alla fine domato.

(Immagini Afp)