Roma, (askanews) - Non ci sono elementi nuovi sul caso Giulio Regeni e nulla che non sia già stato comunicato alla magistratura: è la linea del governo italiano dopo la pubblicazione di una lunga, dettagliata inchiesta sul New York Times sull'omicidio in Egitto nel novembre 2015 del giovane ricercatore italiano, al Cairo per un dottorato a Cambridge sui sindacati egiziani.

L'articolo di Declan Walsh, il capo dell'ufficio del Times al Cairo, ripercorre tutta la vicenda Regeni. Secondo Walsh, gli Usa ottennero intelligence esplosiva dall'Egitto: prove che furono uomini della sicurezza egiziana del regime di Al Sisi a rapire, torturare per giorni e uccidere Giulio.

Però secondo l'articolo, gli Stati Uniti fornirono all'Italia le informazioni ma non il nome dell'agenzia di sicurezza responsabile e non avevano proprio i nomi di assassini e mandanti.

Intanto il governo Gentiloni ha deciso, fra molte polemiche, di riaprire ufficialmente la sede dell'ambasciata italiana al Cairo, e la famiglia di Giulio a quasi due anni dal ritrovamento del corpo continua a chiedere giustizia di fronte all'ostruzionismo continuato dell'Egitto e alle numerose false ricostruzioni accampate finora. La madre:

"E quindi su quel viso che era diventato piccolo piccolo, colori che non vi dico, forse l'unica cosa che ho riconosciuto è stata la punta del naso".

Perché uccidere Giulio in modo atroce e farlo ritrovare? Il Times avanza delle ipotesi. Forse fu l'ordine di un funzionario isolato. Giulio, che dava fastidio per le sue ricerche sui sindacati, potrebbe essere finito in mezzo allo scontro tra le due agenzie di sicurezza egiziane. Infine, potrebbe essere morto per dare un segnale deliberato: sotto al Sisi anche un occidentale può essere sottoposto ai più brutali eccessi. Questa è l'ipotesi più preoccupante, conclude il Times.